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Alessandro D’Avenia, noto scrittore ed insegnante, ha scritto un articolo per la rubrica “Ultimo banco” su “Il Corriere della Sera. Il docente ha messo al centro il caso di cronaca del tredicenne che, a Trescore Balneario, ha aggredito e ferito l’insegnante di francese. Lo scrittore ha scritto anche dell’uso e abuso di smartphone e social da parte degli adolescenti.
Alessandro D’Avenia e il fenomeno “Nve: Estremismo Nichilista Violento”
Lo scrittore mette in guardia da gruppi social che facilmente possono manipolare le menti fragili degli adolescenti. Il Nihilistic Violent Extremism è “una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica. Spingono i giovani all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga. Non é uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.”
Il cellulare e l’adultizzazione degli adolescenti
D’Avenia chiede una risposta alla politica di fronte ad un uso ormai sconsiderato dello smartphone. Esso capita nelle mani di giovanissimi che spesso non hanno i mezzi culturali per decodificare i messaggi veicolati da social e app di messaggistica. “Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna. Perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori. Purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare…).”
I manager di Instagram e Youtube a processo
D’Avenia ha citato il maxiprocesso che ha portato alla sbarra manager di Instagram e Youtube. Questi hanno dovuto testimoniare, a differenza dei colleghi di Tik Tok e Snapchat che hanno patteggiato. Tuttavia qualcosa si sta muovendo “a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M. che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi.”. Per D’Avenia ciò non differisce molto dal “caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente.”
Che la politica italiana dia delle risposte
Lo scrittore rivolge un appello alle istituzioni italiane affinché possano mettere un argine all’abuso di smartphone e social. “Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando.In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.”
D’Avenia e i “patti digitali”
Continua lo scrittore: “Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online…) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».” Ed aggiunge: “Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa.”
