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Questo non è un caso. È un incendio. E chi finge di non vedere le fiamme, ne è parte. La nomina di Diana Bianchedi come capo delegazione della Nazionale è l’ennesimo atto di forza di un sistema che ha smesso di rispettare le proprie regole. Un sistema che vive di fedeltà, non di trasparenza. Di cerchi magici, non di istituzioni. Di equilibri personali, non di equità. E al centro, come sempre, c’è lui, Giovanni Malagò. La dinamica è talmente evidente da risultare quasi offensiva. Bianchedi è vicepresidente del Coni, organo che controlla le Federazioni. La Figc è una Federazione. La Figc le assegna un incarico retribuito da 85mila euro. Non è un dettaglio. Non è una sfumatura. È a tutti gli effetti un conflitto di interessi frontale, un muro contro cui il sistema si schianta senza nemmeno provare a frenare.
Diana Bianchedi non c’entra nulla con il calcio
Ma c’è un elemento che rende tutto ancora più clamoroso: Diana Bianchedi non c’entra nulla con il calcio. Non viene da quel mondo, non ne conosce le dinamiche interne, non ha vissuto lo spogliatoio, non ha attraversato le sue tensioni, le sue ritualità, le sue ferite. È una dirigente stimata, è stata la Regina del fioretto, certo. Ma nel calcio è un corpo estraneo. E piazzarla al vertice della spedizione azzurra conferma una cosa sola: la Nazionale è diventata un terreno di scambio politico, non più un simbolo sportivo. Dopo Riva, Vialli, Buffon, uomini che incarnavano l’anima del calcio italiano, arriva una figura che con quel mondo non ha alcun legame profondo. Non è una questione di capacità: è una questione di identità tradita. La Nazionale non può essere ridotta a un trofeo da esibire nel salotto del potere sportivo. Non può essere usata come moneta di scambio. Non può essere trasformata in un premio di fedeltà.
La strategia del fumo
Eppure, il Palazzo reagisce con la solita coreografia stanca: il Coni annuncia “verifiche”, la Figc parla di “rappresentanza”. È la strategia del fumo: si riempie l’aria, si confonde la vista, si spera che nessuno noti l’incendio sotto. Ma questa volta il fumo non basta: le fiamme sono troppo alte. Gli scenari sono brutali e inevitabili: o Bianchedi lascia il Coni, o salta la nomina Figc. In entrambi i casi, Malagò vede incrinarsi un altro tassello del suo mosaico di potere. Il caso Bianchedi non è un incidente, è un sintomo. Il sistema sportivo italiano è arrivato al punto in cui la regola è un ostacolo, non un riferimento. E chi dovrebbe difenderla è lo stesso che la aggira. Questo è un allarme che mi sento di lanciare, non un’opinione. Il caso Bianchedi è la prova che il Palazzo non è più solo opaco: è in fiamme. Ora bisogna capire chi avrà il coraggio di spegnerlo.
A cura di Rocco Calandruccio
