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Brexit, con questo termine conosciamo l’uscita del Regno Unito dall’UE. Era il 23 Giugno del 2016 e i cittadini di Sua Maestà si recavano alle urne per decidere se rimanere nell’Unione Europea o uscirne. Incredibilmente, anche per chi aveva portato al referendum, il “Leave” aveva vinto con il 51,89% dei voti contro il 48,11% del “Remain“. Il Regno Unito sta ancora facendo i conti con le conseguenze di quella votazione, soprattutto a livello economico. Le conseguenze investono anche il terreno politico: in 10 anni, ben sei governi sono cambiati. Ieri, tra l’altro, le dimissioni di Starmer.
Brexit, le conseguenze economiche
Da Tgcom24 leggiamo: “Secondo un’analisi dell’economista Nick Bloom dell’Università di Stanford e pubblicata dal National Bureau of Economic Research, il Pil pro capite britannico è tra il 6% e l’8% più basso rispetto a quello che sarebbe stato senza la Brexit. Gli investimenti sono scesi del 12-13%, l’occupazione e la produttività ne hanno risentito. Il peso maggiore non è arrivato tanto dalle minori relazioni commerciali con Bruxelles, ma dall’aumento dell’incertezza economica, che ha frenato le decisioni delle imprese e rallentato l’adozione di nuove tecnologie.” Ed ancora: “L’Office for Budget Responsibility stima una perdita permanente di produttività pari al 4% rispetto allo scenario in cui il Paese fosse rimasto nel mercato unico…Alla lunga, esportazioni e importazioni potrebbero risultare inferiori di circa il 15% rispetto ai livelli del mercato unico europeo. La sterlina, intanto, non è mai tornata ai livelli pre-Brexit, erodendo il potere d’acquisto dei britannici all’estero e lasciando le famiglie mediamente più povere di migliaia di sterline all’anno.”
Il parere di Anton Spisak
Anton Spisak, ricercatore del Centro per la Riforma Europa, che ha pubblicato uno studio sull’argomento, ha affermato riguardo a Brexit le seguenti parole. “La Brexit ha assorbito gran parte delle energie politiche nell’ultimo decennio e ne stiamo vedendo le conseguenze solo ora”, dichiara il ricercatore, ricordando che, a causa dello strappo con l’UE, altre questioni sono state messe da parte. Il decennio è stato perciò dominato da questo unico tema, che da slogan politico si è trasformato in una realtà concreta e costosa, di cui Spisak, che ha lavorato ai negoziati nel cuore del Governo, è pienamente cosciente. “Se si guarda allo stato del Paese, dei servizi pubblici, delle finanze, alla mancanza di crescita economica, penso che tutto possa essere ricondotto alla Brexit”, spiega. Un impatto che si è notato anche sugli investimenti: “Molte aziende hanno smesso di investire in Gran Bretagna a causa dell’incertezza. Le imprese preferiscono la stabilità”.
Il domino politico
David Cameron, che aveva indetto il referendum scommettendo sul Remain, lasciò Downing Street la mattina dopo il voto. Theresa May si consumò nei negoziati con Bruxelles. Boris Johnson, il volto del Leave, ottenne l’accordo sul Commercio e la Cooperazione con l’Ue, ma fu travolto dagli scandali. Liz Truss durò 45 giorni. Rishi Sunak non riuscì a invertire la rotta. Keir Starmer, arrivato al potere nel 2024, aveva promesso di correggere il “maldestro accordo di Johnson” e abbattere le barriere commerciali, senza però rimettere in discussione i principi fondamentali: niente unione doganale, niente mercato unico, niente libera circolazione. Ieri le sue dimissioni.
Rientrare nell’UE?
Metà del commercio britannico rimane con l’Unione europea e, per questo motivo, il Governo sta parlando di un riavvicinamento. Come può verificarsi? Sempre Anton Spisak a riguardo: “Se si vuole davvero avvicinarsi all’UE, bisogna riconsiderare la questione dell’adesione al mercato unico, potenzialmente un’unione doganale”, questo comporterebbe però “decisioni politiche difficili, anche sulla libera circolazione delle persone, sulla quale credo che l’Unione europea insisterebbe”. Il prezzo da accettare sarebbe quindi politico. Oggi il sentiment britannico è cambiato in modo significativo. Secondo un sondaggio YouGov del giugno 2026, il 57% dei britannici ritiene che il Paese abbia sbagliato a votare “Leave”. Il 23% di chi si dice deluso aveva votato per l’uscita dieci anni fa. Il sondaggista John Curtice, del National Centre for Social Research, stima che se un nuovo referendum si fosse tenuto nel 2025, i sostenitori della permanenza avrebbero vinto con il 58% contro il 42%. Il 55% dei britannici dichiara oggi di sostenere il rientro nell’Unione, percentuale che scende però al 35% se ciò dovesse avvenire senza le deroghe di cui il Paese godeva in precedenza.

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