Il calcio non è solo conoscenza di regole, moduli di gioco, tecnica e tattica. E’ anche altro. Il Prof. Di Pasquale ci offre una visione del gioco del calcio e del calciatore attraverso le correnti artistiche dell’Impressionismo e dell’Espressionismo. Una visione permeata oltretutto dal paradigma enattivo.
Impressionismo, Espressionismo e paradigma enattivo
Impressionismo, Espressionismo e paradigma enattivo: dalla percezione come flusso alla percezione come incarnazione. Due modi di “stare nel vedere”. Continuando a sfogliare il libro della storia dell’arte, dopo aver incontrato nella Scuola di Atene di Raffaello Sanzio il grande teatro della conoscenza occidentale, emerge un tema più profondo: il rapporto tra l’uomo e il mondo che abita. Nella scena di Raffaello tutto appare ancora organizzato secondo una geometria dell’ordine. Lo spazio è stabile, la prospettiva costruisce un centro, i filosofi sono inseriti in un universo intelligibile. Conoscere significa porsi davanti al mondo, osservarlo e comprenderne la struttura. Il gesto di Platone e Aristotele rappresenta due direzioni fondamentali del pensiero: il primo verso il mondo delle idee, il secondo verso l’esperienza concreta. È già presente la tensione che attraverserà la storia della percezione: il mondo come qualcosa da conoscere e il mondo come qualcosa da vivere.
Dall’ordine rinascimentale alla rivoluzione percettiva dell’Impressionismo e alla radicalità dell’Espressionismo
La modernità introduce però una frattura: lo sguardo non è più considerato neutro. Non esiste un osservatore completamente separato dalla realtà osservata. Da qui nasce il passaggio dall’ordine rinascimentale alla rivoluzione percettiva dell’Impressionismo e alla radicalità dell’Espressionismo. L’Impressionismo mette in crisi l’idea di una realtà stabile e definitiva. L’oggetto non interessa più nella sua forma conclusa, ma nel modo in cui appare: luce, movimento, trasformazione. La realtà non è semplicemente davanti a noi, ma prende forma nell’esperienza. La pittura impressionista non cerca soltanto di rappresentare le cose, ma il processo attraverso cui esse vengono percepite. Con l’Espressionismo il passaggio diventa ancora più radicale. Il centro non è più soltanto il carattere mutevole del mondo, ma il soggetto che lo attraversa. La realtà viene filtrata da una presenza corporea che sente, interpreta e trasforma. Questa intuizione sarà resa esplicita dalla fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty: il corpo non è uno strumento attraverso cui conosciamo il mondo, ma il luogo stesso in cui il mondo diventa significativo.
Dal quadro al campo: il calcio come percezione incarnata
Se la Scuola di Atene rappresenta un sapere fondato sulla distanza dello sguardo, il calcio rappresenta una conoscenza fondata sulla partecipazione del corpo. Il giocatore non è davanti al campo come un osservatore esterno. È immerso in un sistema dinamico di possibilità. Il campo non è una superficie geometrica fissa, ma una realtà che emerge attraverso movimenti, relazioni, tempi e decisioni. Qui emerge il paradigma enattivo: il mondo non viene semplicemente percepito, ma prende forma attraverso il modo in cui agiamo in esso.
Il giocatore vede mentre agisce e agisce mentre vede.
Un passaggio non nasce dalla lettura di una situazione già definita, ma dalla capacità del corpo di riconoscere una possibilità che emerge nel momento stesso in cui viene creata. Il calcio diventa così una fenomenologia in movimento. La dimensione impressionista del gioco è il flusso continuo delle configurazioni: spazi che si aprono, linee di passaggio che compaiono e scompaiono, equilibri che cambiano. La dimensione espressionista è invece il gesto del giocatore che interviene su quel flusso e lo modifica: un dribbling, una corsa senza palla, una scelta improvvisa trasformano la geometria del campo. Il giocatore non riproduce il gioco: lo modifica attraverso il proprio modo di esserci.
Percezione, azione e mondo: il paradigma enattivo
Tra Impressionismo ed Espressionismo non c’è soltanto una differenza artistica, ma due modi di comprendere la percezione. L’Impressionismo mostra il carattere dinamico dell’esperienza. L’Espressionismo evidenzia il ruolo trasformativo del soggetto. La fenomenologia di Edmund Husserl e Merleau-Ponty, insieme al paradigma enattivo sviluppato da Francisco Varela, portano sul piano filosofico un’intuizione già presente nell’arte: percepire non significa registrare il mondo, ma partecipare alla sua costruzione. Alva Noë ha sostenuto che la percezione non consiste nel creare immagini interne della realtà, ma in una pratica esplorativa che coinvolge il corpo. Andy Clark ha mostrato come mente, corpo e ambiente formino un sistema integrato: la cognizione non è separata dall’azione, ma nasce dall’interazione con il contesto. Shaun Gallagher ha approfondito il ruolo del corpo vissuto come condizione dell’esperienza: comprendiamo il mondo perché siamo già coinvolti in esso. La percezione, quindi, non è un processo separato dall’azione. Il significato emerge nell’interazione.
Il campo come paesaggio di possibilità
James J. Gibson, attraverso il concetto di affordance, ha mostrato che gli organismi non percepiscono semplicemente oggetti, ma possibilità d’azione. Una porta non è soltanto un oggetto: è qualcosa che può essere attraversato. Una sedia non è soltanto una forma: è qualcosa su cui sedersi. Nel calcio il giocatore non vede soltanto uomini distribuiti nello spazio. Percepisce possibilità: linee di passaggio, tempi di pressione, traiettorie, spazi da occupare. Il campo è un paesaggio di affordances. Queste possibilità però non sono uguali per tutti. Qui entra il tema della competenza sviluppato da Hubert Dreyfus. L’esperto non agisce applicando continuamente regole astratte: riconosce situazioni significative in modo immediato. Il grande giocatore non calcola tutto. Coglie. Ciò che per un principiante appare come caos, per l’esperto diventa una configurazione leggibile. Non vede di più: vede meglio.
Il giocatore e il mondo che emerge
Anche secondo Tim Ingold l’essere umano non abita uno spazio astratto, ma un insieme di percorsi e relazioni. Il mondo non viene semplicemente attraversato: viene costruito mentre lo percorriamo. Anche il calciatore non attraversa un campo già definito. Lo modifica continuamente attraverso i propri movimenti. Ogni corsa apre possibilità. Ogni scelta ne chiude altre. Il campo è una trama vivente di relazioni. Questa dimensione anticipativa emerge anche nelle teorie di Karl Friston: gli organismi non reagiscono soltanto al presente, ma anticipano continuamente ciò che potrebbe accadere. Il calciatore intercetta un passaggio perché ha già percepito una possibilità futura. Si muove nello spazio non perché esso sia già aperto, ma perché intuisce che potrebbe diventarlo.
Il calcio come fenomenologia in atto
Il calcio, letto attraverso queste prospettive, non è soltanto uno sport: è una forma di conoscenza incarnata. Mostra che non esiste percezione senza azione, non esiste azione senza un mondo che la renda possibile. Il gioco è un flusso continuo, come nella sensibilità impressionista. Il corpo lo trasforma mentre lo attraversa, come nella radicalità espressionista. Gioco e giocatore non sono due elementi separati, ma due aspetti dello stesso processo: un mondo che prende forma attraverso un corpo che lo percepisce e lo modifica. Per questo chi conosce soltanto il calcio spesso conosce poco il gioco e ancora meno il giocatore. Conoscere schemi, moduli e statistiche è necessario, ma non sufficiente. Il calcio vive in una dimensione più profonda, dove percezione, corpo e ambiente si intrecciano. Comprendere davvero il gioco significa comprendere il modo in cui un essere umano abita un campo di possibilità in continua trasformazione. Come nella pittura moderna, anche nel calcio il mondo non è semplicemente davanti agli occhi. Prende forma attraverso chi lo attraversa. Ed è in questa co-creazione tra corpo e ambiente che il giocatore diventa qualcosa di più di un esecutore: diventa il luogo vivente in cui il gioco accade.
A cura di Raffaele Di Pasquale
