Un viaggio tra mistero, fragilità umane, radici e verità nascoste nel nuovo romanzo “Morte in grigio chiaro” dell’autrice, Clara Prandi.
L’incontro con Clara Prandi offre l’occasione di entrare nel mondo di Morte in grigio chiaro, un romanzo che utilizza la struttura del giallo per esplorare temi profondamente umani come il giudizio, la fragilità, le relazioni e il peso delle verità nascoste. Dalle pagine del libro emerge un’umanità complessa, fatta di sfumature e contraddizioni, lontana dalle semplificazioni che spesso caratterizzano il nostro tempo.
In questa intervista, Clara Prandi racconta la genesi del romanzo, il significato della “zona grigia” evocata già nel titolo e il ruolo del maresciallo Vincenzo Pepe, protagonista di un’indagine che va oltre la ricerca del colpevole per addentrarsi nei territori più delicati dell’animo umano. Un dialogo che tocca anche il valore delle radici, la solitudine nella società contemporanea e il rapporto tra verità e libertà, accompagnando il lettore dietro le quinte di una storia che invita a guardare oltre le apparenze.
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Dottoressa Prandi, grazie per aver accettato di fare questa chiacchierata. Io partirei dal titolo “Morte in grigio chiaro” che colpisce perché richiama immediatamente una sfumatura intermedia, lontana dagli estremi. Leggendo il romanzo si ha quasi la sensazione che il vero protagonista non sia l’omicidio, ma proprio quella zona grigia in cui convivono fragilità , omissioni, paure e contraddizioni. Quanto era importante per lei raccontare un’umanità che sfugge alle categorie nette del bene e del male? E pensa che oggi siamo diventati troppo abituati a giudicare le persone senza accettarne la complessità ?
“La sua sensazione è corretta, volevo proprio dare spazio a quella zona grigia che tutti noi un po’ abbiamo, tra il chi siamo e il chi vorremmo essere o chi la vita ci ha portato ad essere. Inoltre, questa zona grigia mi ha permesso di giocare sul mistero, in modo che fino in fondo i personaggi abbiano degli aspetti nascosti, che sarà proprio il maresciallo Pepe, con la sua indagine, a far emergere. In merito all’ultima domanda mi sento di rispondere di sì, credo che oggi il giudizio sia dato con troppa facilità, ci si ferma alle apparenze senza interrogarsi sulle motivazioni che spesso ci sono dietro ai gesti delle persone”.
Molti personaggi sembrano custodire qualcosa. Non necessariamente un crimine, ma una parte di sé che preferiscono tenere nascosta. Nel corso della storia il segreto appare quasi come una seconda pelle. Secondo lei cosa spinge davvero gli esseri umani a nascondersi? La paura del giudizio, il desiderio di proteggersi o, più profondamente, la difficoltà di guardarsi per ciò che si è realmente?
“Credo tutti e tre questi aspetti. Come si diceva prima, il giudizio, sempre più presente, porta le persone a celare aspetti del proprio carattere o a non mostrarsi per ciò che si è realmente. Inoltre, come lei diceva, guardarsi dentro è un lavoro difficile, che spesso fa emergere situazioni che è più facile lasciare nascoste. Se si supera questo scoglio, questa paura dello scoprirsi realmente, ci ritroviamo però umani, con pregi e difetti, che fanno del loro meglio per districarsi dignitosamente in questa vita, bella ma complessa”.
Nel romanzo l’omicidio non appare soltanto come un evento criminale da risolvere. È un elemento che costringe tutti a rivelarsi, facendo emergere tensioni e verità che esistevano già prima della morte. Le chiedo allora: il delitto è la causa della crisi o è semplicemente la scintilla che illumina crepe già presenti nella vita dei personaggi?
“Ci sono spesso incomprensioni, rimorsi, rancori, cose non dette che si tengono dentro e che portano magari a rimuginare e spesso finiscono col farci vedere la realtà per come la pensiamo e non per come sia davvero. Però sul delitto del romanzo non possiamo svelare molto”.
Attraverso Vincenzo Pepe emerge un legame profondo con la Calabria, con le radici e con un patrimonio umano che continua a vivere anche lontano dalla terra d’origine. In un’epoca caratterizzata da mobilità e cambiamenti continui, quanto conta sapere da dove veniamo per comprendere chi siamo? E quanto delle nostre origini resta con noi anche quando crediamo di averle superate?
“Io amo le tradizioni, amo la storia che ognuno si porta dentro. Vivo tra la provincia di Lecco e la provincia di Bergamo ma sono cresciuta con amici calabresi che mi preparavano le melanzane ripiene o la pitta ‘nchiusa, che parlavano il dialetto e hanno mantenuto vive le loro tradizioni. Così come io ho mantenuto vive le mie. Indipendentemente da dove decidiamo di vivere, o dove la vita ci porta a vivere, ricordarsi chi siamo, da dove veniamo è una scelta. Una scelta che personalmente ritengo un valore aggiunto, che non ci limita nella scoperta del mondo, anzi, ci aiuta a comprenderlo meglio”.
Pur essendo circondati da relazioni, molti personaggi sembrano vivere una solitudine silenziosa, fatta di incomprensioni e dialoghi interrotti. È una sensazione che attraversa l’intero romanzo. Crede che questa rappresentazione racconti qualcosa della società contemporanea, dove spesso comunichiamo moltissimo ma fatichiamo davvero a incontrarci?
“Sono cresciuta in un piccolo paese, con i negozi di prossimità, il baretto, pochi luoghi ma erano veri punti di incontro. Ci si conosceva tutti. Oggi questi punti d’incontro sono sempre meno o non ci sono proprio più. Da ragazzini si usciva convinti che al parchetto o al muretto avremmo trovato qualcuno mentre oggi i ragazzi per trovarsi si devono organizzare. Quel mondo mi manca, credo che, come adulti, dovremmo lavorarci di più”.
Nel giallo tradizionale la scoperta della verità rappresenta spesso una forma di liberazione. Nel suo romanzo, invece, il lettore arriva a chiedersi se conoscere la verità basti davvero a guarire le ferite. Secondo Clara Prandi, esistono verità che salvano e altre che, pur essendo necessarie, lasciano comunque una traccia dolorosa?
“Sì, è così, la verità aiuta ma a volte ferisce. Per sentirci davvero liberi dobbiamo essere pronti a riconoscere quel dolore, ad affrontarlo. Questa è la vera forma di liberazione”.
Vincenzo Pepe conduce un’indagine, ma spesso sembra anche osservare e interpretare l’animo umano. Più che cercare un colpevole, pare cercare di comprendere le persone. Quanto c’é in lui dell’investigatore e quanto del testimone della fragilità umana?
“L’indagine del maresciallo Pepe è un’indagine prettamente psicologica. Mi piaceva giocare su questo aspetto, che permette al lettore di identificarsi con qualche personaggio e di portare avanti l’indagine insieme al maresciallo. Lo studio delle fragilità e degli aspetti umani è una caratterizzazione importante del maresciallo, indice di grande intelligenza”.
Vorrei concludere ringraziandola per questa conversazione. Se un lettore, chiusa l’ultima pagina di “Morte in grigio chiaro”, dovesse conservare non una risposta ma una domanda, quale spera che sia? Qual é l’interrogativo più profondo che questo romanzo desidera lasciare dentro chi lo legge?
“Morte in grigio chiaro è un giallo italiano leggero e ironico che oltre a voler valorizzare il nostro Paese vuole far vivere al lettore un momento di spensieratezza, pur mantenendo viva la curiosità di arrivare in fondo per scoprire il colpevole. In questi mesi ho ricevuto tante recensioni dai lettori e ho capito che ognuno ne coglie il messaggio per quello che è il suo vissuto. E mi piace sia così, che ognuno ci trovi il suo senso. Ti ringrazio per questa chiacchierata”.
