Da Gravina a Malagò, il calcio italiano non cambia: la FIGC tra immobilismo, riforme mancate e il rischio del baratro
Il filo conduttore che lega le diverse epoche dei vertici federali del nostro pallone sembra non spezzarsi mai, cambiando soltanto gli interpreti ma lasciando intatta l’immobilità del sistema. Giovanni Malagò, da quando è diventato presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio (e ancor prima nei suoi lunghi anni ai vertici dello sport italiano), ha saputo creare intorno alla sua figura un clima perenne di polemiche e decisioni quantomeno discutibili.
Forse l’unica mossa mediaticamente sensata è stata quella di tentare l’affondo per Paolo Maldini, inserendolo nei quadri federali probabilmente con la speranza di utilizzarlo come prestigioso parafulmine per coprire scelte e logiche a dir poco scellerate. Un tentativo naufragato rapidamente di fronte al muro della coerenza dell’ex capitano rossonero.
Riforme assenti e vecchie abitudini
Dal 22 giugno 2026, data ufficiale del suo insediamento ai vertici della FIGC, non si è udita una sola parola, né si è vista mezza proposta concreta, riguardo a una riforma strutturale capace di sradicare le brutte abitudini storiche del calcio italiano. Al contrario, si continua a navigare a vista tra regole insensate, spesso sostenute ciecamente da una parte dei club – fortunatamente non tutti – e da un sistema mediatico spesso deviato, autoreferenziale e allergico a qualsiasi reale cambiamento.
La realtà dei fatti è impietosa: da Gabriele Gravina a Giovanni Malagò, la musica non cambia. Il progressivo deterioramento del nostro movimento calcistico è ormai profondamente radicato in un sistema vecchio, logoro e incapace di guardare al futuro.
Il pericolo dell’indifferenza e la fuga delle passioni
Senza riforme radicali, il calcio italiano difficilmente riuscirà a salvarsi dall’indifferenza totale dei tifosi e delle nuove generazioni. La passione viscerale di un tempo rischia di essere deviata in modo irreversibile verso altri sistemi d’intrattenimento più moderni e collaudati, capaci di trasmettere vere emozioni, oltre a garantire ingenti flussi di sponsor e denaro.
Il giorno infausto per il nostro pallone si avvicina inesorabilmente. Quando arriverà, basterà stampare i manifesti e dare l’annuncio ufficiale: un sistema retto da passioni malate e logiche di potere non ha futuro e non potrà salvarsi da solo.
