De Laurentiis vive nel paradosso di un club moderno solo a metà: vincente in campo, fragile nelle strutture e nel rapporto con la piazza.
(di Marco Ciriello)
Aurelio De Laurentiis non ha mai nascosto la sua natura: prima produttore, poi presidente. Ha investito, ha ricostruito, ha riportato il Napoli in Champions e ha firmato uno scudetto che mancava da trentatré anni. Eppure, nel cuore del suo regno, resta un vuoto che nessun trofeo riesce a colmare: le strutture.
Campi di allenamento vecchi, progetti annunciati e mai completati, promesse che evaporano. Il paradosso è evidente: un club gestito come un set cinematografico, con una regia forte e riconoscibile, ma con quinte che cadono al primo soffio di vento. De Laurentiis parla di sostenibilità, di bilanci, di visione. Ma il Napoli, fuori dal campo, resta un film girato in esterni.
Il rapporto con la piazza: amore e frizione
I tifosi lo amano e lo contestano. Gli riconoscono il merito di aver salvato la squadra, gli imputano il limite di non volerla far crescere davvero. Ogni estate diventa una sceneggiatura nuova: allenatori che entrano, protagonisti che escono, e lui — sempre al centro — come regista e produttore.
Con Spalletti, con Garcia, con Mazzarri, con Calzona: il conflitto resta lo stesso. Da una parte chi vuole giocare, dall’altra chi vuole comandare. Il campo contro il controllo. La tecnica contro la produzione.
Il potere e la fiducia
De Laurentiis ha potere, e lo esercita. Ma nel calcio il potere non si misura solo in titoli: si misura in fiducia. E a Napoli la fiducia è una moneta volatile, che cambia valore ogni settimana.
Il Napoli è la sua creazione più brillante e più irrisolta. Un film che incassa, ma non commuove. Un successo che non diventa mai compiutezza. Un’opera che resta sospesa, come se mancasse sempre l’ultima scena.

1 thought on “De Laurentiis e il Napoli: un’opera incompiuta”