Fonte foto: Ordine Nazionale dei Giornalisti
L’equo compenso come misura della dignità professionale e della credibilità istituzionale
L’equo compenso torna al centro del dibattito pubblico dopo le dichiarazioni della Presidente del Consiglio nella conferenza stampa del 9 gennaio. Un tema che non è mai stato solo tecnico, ma profondamente politico e culturale: riguarda la dignità del lavoro giornalistico e, di riflesso, la qualità dell’informazione che raggiunge i cittadini.
Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, ha accolto con favore l’impegno espresso dalla premier, ricordando però che i parametri per l’equo compenso sono stati approvati dal Consiglio nazionale dell’Ordine già nel dicembre 2023 e attendono da allora una validazione definitiva. Due anni di attesa che pesano, e non poco, su una categoria che vive spesso in condizioni di precarietà strutturale.
Un’attesa che diventa questione di diritti
Il ritardo nell’approvazione delle tabelle dell’equo compenso non è un dettaglio burocratico. È un vuoto normativo che priva migliaia di giornalisti — soprattutto freelance e collaboratori — di uno strumento essenziale per rivendicare compensi adeguati. Ogni mese di rinvio si traduce in un ulteriore indebolimento della professione, già segnata da compensi irrisori e da un mercato editoriale in continua contrazione.
Bartoli parla di “massima intensità” nel sollecitare una soluzione. Le sue parole, pur istituzionali, lasciano trasparire la frustrazione di un Ordine che ha fatto la sua parte e attende ora che la politica faccia la propria.
L’impegno della premier: promessa o svolta?
La Presidente del Consiglio ha dichiarato che l’equo compenso “le sta a cuore” e ha indicato febbraio come termine entro cui chiudere il dossier. Una data precisa, che suona come un impegno formale dopo mesi di lungaggini. Ma proprio la necessità di fissare una scadenza così ravvicinata rivela quanto la questione sia stata trascurata.
Se febbraio sarà davvero il mese della svolta, lo scopriremo presto. In caso contrario, il rischio è che l’equo compenso resti ancora una promessa sospesa, un principio evocato ma non applicato.
Perché l’equo compenso riguarda tutti
Parlare di equo compenso non significa difendere una corporazione. Significa difendere un bene pubblico: l’informazione. Un giornalista pagato pochi euro a pezzo non può garantire tempo, cura e indipendenza. E senza indipendenza, l’informazione perde la sua funzione democratica.
Per questo la questione non riguarda solo chi scrive, ma anche chi legge.
Febbraio come spartiacque
Il mese indicato dal governo diventa così un banco di prova. Se l’approvazione arriverà, sarà un passo avanti concreto verso il riconoscimento del valore del lavoro giornalistico. Se invece l’ennesimo rinvio dovesse materializzarsi, la credibilità delle istituzioni ne uscirebbe indebolita.
Il comunicato di Bartoli, letto in questa chiave, è un atto di fiducia ma anche di vigilanza. Un modo per ricordare che i diritti non possono essere rimandati all’infinito.
