In Italia il calcio può crollare, perdere credibilità, fallire nei risultati, implodere economicamente. Può persino toccare il fondo, come è successo più volte negli ultimi anni. Ma c’è una cosa che non cambia mai: chi comanda.
Le candidature di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC non sono una notizia: sono la conferma di un sistema che non ha alcuna intenzione di rinnovarsi. Un sistema che, davanti al bivio tra futuro e passato, sceglie sempre il passato. Perché il passato è controllabile, gestibile, prevedibile. Il futuro no. Abete ha già guidato la FIGC per anni. Malagò governa lo sport italiano da oltre un decennio. Due figure che hanno già occupato ogni spazio possibile, ogni ruolo possibile, ogni leva possibile. Eppure eccoli di nuovo lì, pronti a contendersi la guida del calcio nazionale come se il movimento non avesse alternative, come se l’Italia fosse un Paese senza nuove competenze, senza nuove idee, senza nuove generazioni. È la fotografia perfetta di un sistema che non vuole cambiare. Non perché non possa: perché non gli conviene.
Il calcio italiano è un organismo che soffre da anni: società in crisi, stadi vecchi, vivai insufficienti, risultati internazionali mediocri, governance opaca. Eppure, quando arriva il momento di scegliere chi dovrebbe guidare la ricostruzione, il sistema reagisce sempre allo stesso modo: richiama i soliti nomi, come se fossero gli unici depositari della verità, come se il movimento non potesse sopravvivere senza di loro. È un riflesso condizionato, quasi pavloviano. Le poltrone, in Italia, non sono ruoli: sono fortini. Non sono responsabilità: sono possedimenti.Non sono mandati: sono territori da difendere. E chi è dentro fa di tutto per restarci. E chi è fuori non ha alcuna possibilità di entrarci.Il risultato è un calcio che non evolve, non cresce, non si rigenera. Un calcio che preferisce la conservazione alla competenza, la fedeltà alla visione, la continuità al merito. Un calcio che si auto‑saboterebbe pur di non perdere il controllo. Mentre altri Paesi aprono le porte a dirigenti giovani, manager internazionali, figure capaci di portare innovazione, il nostro sistema resta fermo, immobile, fossilizzato.
Un museo delle cariche, più che una federazione.
Le candidature di Abete e Malagò non sono un’anomalia: sono la normalità italiana. Una normalità che soffoca il ricambio, respinge le idee nuove, impedisce la crescita. Una normalità che manda un messaggio inequivocabile: il rinnovamento non è previsto. Non è desiderato. Non è tollerato. Il calcio italiano avrebbe bisogno di una rivoluzione culturale, non di un altro giro di giostra. Avrebbe bisogno di coraggio, non di compromessi.Avrebbe bisogno di futuro, non di repliche. Ma finché la guida del movimento continuerà a ruotare attorno agli stessi nomi, il cambiamento resterà un’illusione. E allora la domanda diventa inevitabile, tagliente, definitiva:
come può rinascere un sistema che fa di tutto per restare com’è?
