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Flaviano De Luca è uno storico redattore de “Il Manifesto”. Ha pubblicato per “Intra Moenia” un libro dedicato alla storia del Calcio Napoli. “Tiri a porta. Racconti di un calcio napoletano che non c’è più” esce con un’interessante prefazione di Enzo Avitabile.
Flaviano De Luca: nel libro una malinconia tenera
Il libro, leggiamo dall’edizione odierna de “Il Manifesto” è “un mémoir che non indulge tuttavia al sentimento nostalgico di chi si limita a deprecare il calcio formattato di oggi per rimpiangere quello di un buon tempo antico che peraltro non è mai esistito. Il sentimento che lo intride è, semmai, di una malinconia che è tenera senza essere autoindulgente perché è intrisa di continuo di autoironia. La malinconia, va da sé, segnala sempre un lutto, una mancanza.
Laddove si potrebbe sospettare un ovvio rimpianto della giovinezza trascorsa, si introduce viceversa una garbata, ma non meno ferma, critica dello stato di cose presenti. In una parola, ciò che De Luca rimpiange è un calcio che possa ancora mantenere margini di valore d’uso (ludus, condivisione, scambio). Ciò di contro all’attuale e completa mercificazione ovvero riduzione a valore di scambio nella forma di una prelibatissima merce mediatica. Perciò la memoria retroattiva (il cui pendolo cronologico oscilla fra gli anni sessanta e settanta) via via restituisce le tappe del Bildungsroman di un napoletano di Bellavista. La sua educazione sentimentale e politica, nel pieno del decennio antagonista, si intride dell’amore a vita per il Ciuccio fino a ritrovare nell’azzurro della maglia il colore stesso dell’utopia.”
Tra ricordi personali e cultura materiale
Ancora dal quotidiano leggiamo: “Compongono il libro racconti raccordati dall’interno secondo armonie e affinità che De Luca deduce da un accuratissimo vaglio sia dei ricordi personali sia del repertorio della cultura materiale. Tornano in pagina i campetti di periferia (dove un tempo i ragazzini giocavano «da sole a sole» incuranti di quanto non fosse la pura dinamica del gioco). Poi le prime partite viste nello stadio con tutti i suoi riti e la laica poverissima eucarestia di un caffè Borghetti o di un panino da spartire con il vicino di gradinata. Quindi anche la carenza di calcio in tv (immagini dileguanti della Domenica Sportiva e poco altro) e la compensazione delle figurine o delle foto da ritagliare dai giornali. Giornali letti come bollettini della vittoria o come soffiate provenienti dal campo di Agramante, il nemico.
De Luca mette a fuoco i dettagli del ricordo con grande precisione e vividezza. Qui basterebbe l’esempio dei vecchi biliardini, degli usi e costumi del gioco non escluse certe speciali modalità di introduzione della moneta per farla durare un numero potenzialmente infinito di partite. E ad ogni passo c’è Napoli, la sua perpetua endiadi di miseria e nobiltà. Il suo sound che non ha pari e qui ritorna a tradimento con certi nomi non sempre rammentati, da Sergio Bruni a Peppino Gagliardi. Questi, giusto nel ’67, primo anno culminante della squadra, scrisse una canzone bellissima, Che vuole questa musica stasera. Ma è musica anche il linguaggio, con alcune escursioni davvero eccezionali come «magnatillo!». E’ un vero e proprio hapax del metalinguaggio calcistico che vale la perentoria esortazione a mangiarsi non si capisce bene se il pallone o l’avversario”
