Gabriella Carlucci racconta Job Missione Lavoro, il programma condotto insieme a Adriana Volpe, approfondendo inclusione, parità di genere, seconde opportunità e autonomia attraverso il lavoro.

Il lavoro raccontato non soltanto come occupazione, ma come strumento di autonomia, inclusione e riscatto sociale. È questo il filo conduttore di Job Missione Lavoro, il programma condotto da Gabriella Carlucci e Adriana Volpe, che accende i riflettori sulle opportunità professionali e sulle trasformazioni del mercato occupazionale.
In occasione di questa intervista, abbiamo approfondito con Gabriella Carlucci alcune delle principali sfide che oggi interessano il mondo del lavoro: dall’inclusione delle persone con disabilità al reinserimento professionale di detenuti ed ex detenuti, dal tema della parità di genere al ruolo dei centri antiviolenza nel percorso di autonomia economica delle donne che hanno subito violenza.
Un confronto che parte dal programma televisivo ma che guarda soprattutto alle persone, alle loro storie e al valore del lavoro come leva di crescita, dignità e nuova opportunità.
Buonasera dottoressa Carlucci, la ringrazio intanto per la disponibilità a rilasciare l’intervista. In Job Missione Lavoro lei e Adriana Volpe accompagnate candidati e aziende in un percorso che va oltre il semplice racconto televisivo. Come si è costruita la vostra sintonia professionale e quale valore aggiunge al programma l’incontro tra due sensibilità e percorsi diversi come i vostri?
“Adriana mi piace molto, una donna determinata e positiva, come me. La sintonia con lei si è costruita sul campo, non a tavolino. Io arrivo da un percorso istituzionale e politico, lei da un percorso televisivo e di racconto umano. Sono due sensibilità diverse ma complementari: io porto lo sguardo sulle istituzioni e sulle regole del lavoro, lei porta l’empatia e la capacità di far emergere le emozioni delle persone. Il valore aggiunto è proprio questo: non raccontiamo solo un curriculum, raccontiamo una persona. E quando metti insieme rigore e umanità, il programma smette di essere televisione e diventa un ponte reale tra candidati e aziende”.
Oggi il tema dell’inclusione lavorativa è sempre più centrale. In che modo, secondo lei, il mondo delle imprese e le istituzioni possono favorire un accesso più equo al lavoro per le persone con disabilità , valorizzandone competenze e talenti piuttosto che concentrarsi sui limiti?
“Le imprese e le istituzioni devono cambiare prospettiva: non si assume una disabilità, si assume una competenza.
Oggi troppe aziende si fermano alla categoria protetta, invece di chiedersi cosa quella persona sa fare davvero. Servono tre cose: formazione mirata, tecnologie che abbattono le barriere, e una cultura aziendale che valuti il talento. Se un’azienda impara a valorizzare le competenze e non a concentrarsi sui limiti, scopre risorse straordinarie in termini di affidabilità, creatività e determinazione. L’inclusione non è un costo, è un investimento”.
Un’altra sfida importante riguarda il reinserimento delle persone detenute o ex detenute. Spesso il lavoro rappresenta il primo vero strumento di riscatto e di reintegrazione sociale. Quanto è importante raccontare anche queste storie e contribuire a superare pregiudizi che ancora oggi possono ostacolare una seconda possibilità ?
“Il lavoro è il primo vero strumento di riscatto. Senza lavoro non c’è reinserimento, c’è solo recidiva.
Raccontare queste storie è fondamentale perché rompe il pregiudizio: spesso dietro un detenuto c’è una persona che ha sbagliato, ha pagato, e vuole ricominciare. Noi abbiamo il dovere di mostrare che una seconda possibilità non è un regalo, è una scelta di intelligenza sociale. Un’azienda che assume un ex detenuto non fa beneficenza, sta costruendo sicurezza per tutta la comunità”.
Dopo aver incontrato aziende, candidati e realtà produttive in diverse parti d’Italia, quale insegnamento porta con sé da questa esperienza? C’è una storia che più di altre le ha fatto comprendere quanto il lavoro possa diventare uno strumento di dignità, autonomia e inclusione sociale?
“Girando l’Italia ho capito che il lavoro non è solo stipendio. È dignità, è autonomia, è sentirsi parte di qualcosa. Mi è rimasta impressa la storia di una donna che dopo anni di difficoltà, grazie a un’azienda che ha creduto in lei, ha ritrovato la sua indipendenza e ha potuto ricostruire la sua famiglia. Quando l’ho rivista dopo mesi, non era cambiato solo il suo lavoro, era cambiato il suo sguardo. Quella è la dimostrazione che quando il lavoro funziona, cambia la vita”.
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il divario di genere nel mondo del lavoro continua a essere una realtà , dalle opportunità di carriera alle differenze retributive. Secondo lei quali sono oggi gli ostacoli più difficili da superare per una piena parità e quale ruolo possono avere le imprese nel favorire un cambiamento concreto?
“Gli ostacoli più difficili oggi non sono solo le leggi, ma la cultura. Le differenze retributive, le carriere che si fermano con la maternità, la difficoltà di arrivare ai ruoli apicali. Le imprese possono fare tantissimo: trasparenza salariale, percorsi di mentorship per le donne, welfare che non penalizza chi è madre, e soprattutto valutazione basata sul merito e non sulla presenza. La parità non si raggiunge con le quote, si raggiunge quando una donna non deve più dimostrare il doppio per ottenere la metà”.
Sempre più spesso i centri antiviolenza affiancano le donne non solo nel percorso di protezione e sostegno psicologico, ma anche nel recupero dell’autonomia economica attraverso il lavoro. Quanto è importante creare percorsi concreti di inserimento e reinserimento professionale per le donne che hanno subito violenza e quale ruolo possono svolgere istituzioni, imprese e società civile in questo processo?
“Questo è uno dei temi più importanti. Una donna che subisce violenza spesso non riesce a lasciare la situazione perché non ha autonomia economica. La protezione psicologica è fondamentale, ma senza lavoro non c’è vera libertà. Serve un’alleanza tra istituzioni, imprese e società civile: percorsi di formazione protetti, inserimenti lavorativi dedicati, e la garanzia della riservatezza. Quando una donna trova un lavoro, ritrova sé stessa. E un’impresa che offre questa opportunità non sta solo assumendo, sta salvando una vita”.
