Gli ultimi anni di Totò, il principe triste che ebbe tre funerali
Dietro la maschera deformabile dell’uomo che faceva ridere l’Italia intera, si celava l’anima malinconica di un nobile decaduto, un uomo che la vita aveva provato duramente. Gli ultimi anni di Totò — al secolo Antonio de Curtis — furono un lento scivolare verso un’ombra densa, segnati dalla malattia e da una solitudine aristocratica, ma illuminati da un amore viscerale del pubblico che non lo abbandonò mai, nemmeno dopo la morte.
Il buio e la solitudine del Principe
La fase finale della vita di Totò fu segnata da un nemico spietato: la coroidite. Una forma grave di cecità che lo colpì progressivamente dal 1957, lasciandolo quasi al buio. Eppure, il Principe continuò a recitare, imparando a muoversi sul set come un sonnambulo guidato dal solo istinto e dalle voci dei colleghi.
In questo periodo, la sua figura si fece più ieratica e distaccata. Viveva nella sua casa di Roma, circondato dai suoi cani e dai suoi ricordi, spesso vestito con il tight o la vestaglia di seta, quasi a voler ribadire quella nobiltà faticosamente conquistata sui documenti ma innata nel portamento.
“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, parolone, elogi… mi faranno diventare un santo, mentre da vivo mi hanno sempre considerato un povero diavolo.” — Totò
Il 15 aprile 1967: l’ultimo sipario
Totò si spense a Roma, nel suo appartamento di via Monti Parioli, a causa di una serie di attacchi cardiaci. Le sue ultime parole, sussurrate alla compagna Franca Faldini, furono un atto d’amore per la sua città: “Portatemi a Napoli”. E Napoli rispose con un’accoglienza che solo a un re è riservata.
La leggenda dei tre funerali
Il legame tra Totò e il suo popolo fu così potente da generare un caso unico nella storia d’Italia: il “Principe della risata” ebbe infatti ben tre funerali.
- Il primo a Roma: Una cerimonia sobria nella Chiesa di Sant’Eugenio, dove il mondo dello spettacolo e le autorità diedero il primo addio al corpo del grande attore.
- Il secondo a Napoli (l’ufficiale): Il 17 aprile, una folla oceanica — stimata in oltre 250.000 persone — bloccò la città. Nella Basilica del Carmine Maggiore, il feretro fu accolto da grida, pianti e svenimenti. Fu il tributo della “sua” gente al figlio che non li aveva mai traditi.
- Il terzo al Rione Sanità: Qualche giorno dopo, nel cuore del quartiere che lo aveva visto nascere, fu celebrata una funzione simbolica. In una chiesa gremita, fu esposta una bara vuota: un gesto di devozione estrema degli abitanti del rione che volevano salutare Antonio de Curtis “a casa sua”, lontano dalle telecamere ufficiali.
L’eredità del Principe
Oggi, a distanza di decenni, gli ultimi anni di Totò ci consegnano l’immagine di un uomo che aveva capito tutto della vita e della morte. La sua “Livella” non era solo una poesia, ma un manifesto filosofico.
Totò morì povero di liquidità, avendo donato gran parte dei suoi guadagni in beneficenza anonima, ma morì ricchissimo di quell’affetto popolare che ancora oggi, ogni 15 aprile, riporta migliaia di persone sulla sua tomba nel cimitero di Santa Maria del Pianto.
Il “Principe Triste” è diventato un’icona immortale, dimostrando che, se la morte livella tutti, il genio e l’umanità elevano solo pochi eletti sopra il tempo.
