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La riflessione sul giorno dopo che ridisegna gerarchie, ambizioni e identità dei grandi club italiani.
Il giorno dopo è sempre il più difficile. È quello in cui la polvere si posa, ma l’aria resta pesante, quasi irrespirabile. Gregorio Morrone lo definisce un giorno surreale, uno di quelli che puoi capire solo se li vivi, quando le certezze crollano e il calcio italiano si ritrova improvvisamente senza punti fermi.
L’estate scorsa nessuno avrebbe immaginato un epilogo simile: tre dei primi quattro club del Paese – Napoli, Juventus e Milan – di nuovo senza allenatore, di nuovo all’anno zero, di nuovo costretti a ripartire. E soprattutto costretti a farlo in fretta, prima che una rivale soffi loro il tecnico prescelto. È la nuova corsa all’oro: la corsa ai migliori allenatori.
Allegri, il paradosso eterno
Morrone coglie un paradosso che il calcio italiano conosce bene: Massimiliano Allegri, reduce da una stagione fallimentare e da un titolo sfuggito nonostante l’assenza di coppe, resta comunque il nome più ambito. Mister Corto Muso continua a esercitare un fascino irresistibile sui club che vogliono tornare subito competitivi. E il Napoli sembra pronto a puntare proprio su di lui, dopo essersi liberato del peso economico e caratteriale di Antonio Conte.
Conte, a sua volta, è un enigma aperto. Morrone lo descrive come un gigante del campionato ma un’incognita in Europa. Dove andrà? Milano non è un’ipotesi remota. La Juventus resta la sua casa naturale. E l’idea di uno scambio di panchine con Allegri, impensabile dieci mesi fa, oggi non è più fantascienza.
Due piloti che si scambiano le vetture: un’immagine che Morrone usa per raccontare un calcio che cambia pelle senza cambiare protagonisti.
Spalletti, il rinnovo che non basta più
E poi c’è Luciano Spalletti. Qualche settimana fa la sua permanenza sembrava scontata: il Napoli era lì, a insidiare il secondo posto, e il rinnovo era arrivato come un atto di fiducia. Ma il calcio non aspetta. Il mancato ingresso in Champions ha incrinato certezze che parevano granitiche. Anche Spalletti, pur fallendo, resta un nome che attira. Il Milan lo considera l’unica alternativa credibile a Conte.
Morrone fotografa un sistema in movimento continuo: porti scorrevoli, panchine che si aprono e si chiudono, club che cambiano per non essere cambiati. Perché Roma e Como hanno rotto gli equilibri, hanno scalzato brand storici dai piani alti, hanno dimostrato che la tutela del nome non basta più. Il cambiamento è già iniziato, e chi non si muove rischia di restare indietro.
Il calcio italiano vive una fase di smottamento. Le grandi sono fragili, i risultati deludenti hanno minato ambienti già instabili, e la sensazione è che nessuno sia davvero al sicuro. Morrone chiude con una domanda che pesa come un macigno: basterà cambiare per fermare la caduta degli Dei? O il giorno dopo continuerà a essere un giorno surreale, ancora e ancora?
