I paninari degli anni 80′ non sono scomparsi. Possono tornare in auge anche grazie al potente richiamo dei social. Ce lo racconta “Bircide”, pseudonimo di Ramon Verdoia, mitico “paninaro” torinese. Davide Zardi lo ha raggiunto per GBT.




Il nome “Bircide ” ha un significato particolare? Da dove nasce?
“Il nome BIRCIDE non ha un significato preciso né nasce da un riferimento particolare.
La sua origine risale al 1987, tra i banchi di scuola, ricordo ancora quel momento. Avevo tra le mani una penna Bic, un quaderno a quadretti e stavo seguendo, per modo di dire, una lunghissima e noiosissima lezione di Religione. La mia mente, fin da quando ero bambino, ha sempre avuto la tendenza a viaggiare con la fantasia. E’ un’attitudine che, a dire il vero, non mi ha mai abbandonato e che continua ad accompagnarmi ancora oggi, alla veneranda età di 55 anni. In quel momento stavo cercando di inventare una parola che non esistesse, qualcosa di completamente nuovo, ma che al tempo stesso avesse un suono insolito e curioso. Quindi cominciai così a combinare consonanti e vocali, lasciandomi ispirare da nomi della storia antica come Aristotele e Pericle. Fu allora che nacque BIRCIDE: una parola inesistente. Aveva però un suono particolare, capace di catturare immediatamente la mia attenzione e quella degli altri. All’inizio quel nome era destinato a identificare una mia invenzione, ma con il passare degli anni, il suo significato cambiò. Da semplice parola di fantasia divenne parte integrante della mia identità, fino a trasformarsi in un soprannome che mi accompagna da decenni. In qualche modo, finisce per rappresentare il mio modo di essere, la mia creatività e quella fantasia che non ha mai smesso di farmi compagnia.”

Bircide, ti piacerebbe vedere tornare di moda i paninari tra i giovani di oggi?
“Con l’avvento dei social network ho capito fin da subito quale fosse il loro enorme potenziale. In Facebook, in particolare, ho visto un potente mezzo di comunicazione. Forse persino più popolare e capillare della vecchia televisione a tubo catodico che aveva accompagnato la nostra generazione X. La mia prima missione è stata quindi quella di lanciare un segnale nel web, per capire se, oltre a me, esistessero ancora dei Paninari superstiti. La risposta non ha tardato ad arrivare. Quel mondo che sembrava scomparso era ancora vivo nella memoria e nel cuore di tante persone. Una volta intercettato quel segnale, la fase successiva è stata cercare di capire come avrebbe reagito chi negli anni Ottanta non era ancora nato o era troppo piccolo per aver vissuto quel fenomeno. Il risultato non è stato eclatante, ma è stato comunque incoraggiante: diversi giovani si sono avvicinati ai miei eventi, incuriositi da quel modo di vivere, di vestirsi e di sognare. Per questo considero la mia seconda fase ancora in piena evoluzione. Il mio desiderio sarebbe quello di vedere tornare il fenomeno Paninaro, magari in una veste nuova, più adatta ai tempi moderni, ma capace di richiamare con forza i valori, lo stile e lo spirito delle sue origini.
Io, nel mio piccolo, ce la sto mettendo tutta e continuerò a farlo. Credo che certe passioni non appartengano soltanto al passato: possono ancora parlare al presente e ispirare le nuove generazioni.”

Cosa ti manca di più degli anni “mitici” dei paninari?
“La cosa che mi manca più di ogni altra è il senso di appartenenza e, soprattutto, l’aggregazione. Amo la tecnologia, sia chiaro, e riconosco tutti i vantaggi che ci ha portato, ma, se devo essere sincero, preferirei mille volte ritrovarmi al “solito posto” con gli amici di sempre piuttosto che passare la serata a scrivere messaggi in un gruppo WhatsApp. Oggi le nostre vite sono cambiate, gli amici di un tempo sono assorbiti dalla routine quotidiana. Ci sono lavoro, problemi familiari, bollette da pagare, figli da crescere e, in alcuni casi, anche separazioni e divorzi da affrontare. È il naturale corso della vita, ma questo non significa che non si possa provare nostalgia per ciò che è stato. A me manca quella leggerezza, mi manca la sensazione di libertà che si respirava allora. Mi manca un giro in motorino senza pensieri, le serate passate seduti su un muretto a parlare del nulla più assoluto, ridendo per cose che oggi sembrerebbero insignificanti. Manca il piacere di stare insieme senza dover organizzare tutto, senza appuntamenti fissati settimane prima, senza l’ossessione del tempo che corre. Era un’epoca in cui l’amicizia si viveva guardandosi negli occhi e non attraverso uno schermo. Mi manca quella spontaneità, quella semplicità, quel modo di vivere che forse non tornerà più, ma che continua a occupare un posto speciale nei miei ricordi.
In fondo, ciò che mi manca davvero non sono soltanto gli anni che sono passati, ma le emozioni che quegli anni sapevano regalare.”

Hai nuovi progetti legati al mondo dei Paninari?
“Personalmente vivo di progetti, non appena ne porto a termine uno, sento subito il bisogno di iniziarne un altro. Per me, un uomo senza progetti è un uomo che ha smesso di guardare avanti, di sognare e di costruire il proprio futuro. Sono profondamente affascinato dall’intelligenza artificiale e ne faccio un uso costante, sempre con equilibrio e senza eccessi. Mi entusiasma soprattutto la possibilità di dare forma concreta a idee, ricordi e situazioni che fino a poco tempo fa potevo soltanto immaginare nella mia mente. Oggi, grazie a questi strumenti, posso finalmente vederle prendere vita davanti ai miei occhi. Sono convinto che, quando la tecnologia diventerà ancora più potente e accessibile, mi dedicherò a un progetto che ho già ben chiaro nella mente: una serie intitolata “Happy Burger”. La storia sarebbe ambientata nella prima metà degli anni Ottanta, all’interno di un locale nato dalla mia fantasia. Un punto di ritrovo per un gruppo di adolescenti che, quasi inconsapevolmente, danno origine a una nuova tendenza destinata a segnare un’epoca: quella dei Paninari. Tra panini, motorini, musica, mode e sogni giovanili, nasceranno amicizie profonde, amori indimenticabili e rivalità tipiche dell’età, i protagonisti cresceranno insieme, affrontando le sfide della vita e trasformandosi poco alla volta in uomini, ognuno seguirà il proprio percorso, con successi, delusioni e cambiamenti, ma il legame nato tra quei tavoli dell’Happy Burger non si spezzerà mai, perché alcune amicizie, quelle vere, riescono a superare il tempo, le distanze e le scelte della vita, rimanendo per sempre parte di ciò che siamo diventati.”

Dal 2000 a oggi, ti hanno mai chiesto perché vestite così?
“Molti si chiedevano già allora perché ci vestissimo in un certo modo. Negli anni ’80, però, difficilmente avremmo saputo dare una risposta davvero matura: eravamo adolescenti, pieni di entusiasmo, ma anche di contraddizioni, spesso presuntuosi e, senza rendercene conto, persino classisti. Con il passare del tempo siamo diventati uomini, qualcuno, purtroppo, è rimasto fermo a quelle dinamiche, ma molti altri sono cresciuti, hanno imparato a guardare oltre le apparenze e a dare valore a ciò che conta davvero, tra queste cose c’è sicuramente l’amicizia. All’epoca, se non vestivi in un certo modo, difficilmente potevi entrare a far parte di determinati gruppi, l’abbigliamento era una sorta di passaporto sociale: un simbolo di appartenenza che, almeno in apparenza, sembrava abbattere le differenze economiche e sociali. Molti ragazzi adottavano lo stile Paninaro proprio per sentirsi parte di quel mondo, per essere accettati e riconosciuti. Oggi certi atteggiamenti verrebbero facilmente definiti opportunismo; allora, tra adolescenti, erano piuttosto una forma di classismo inconsapevole, alimentata dal desiderio di sentirsi inclusi e dalla paura di essere esclusi. Personalmente, ho sempre cercato di stare dalla parte dei più deboli. Non mi sono mai venduto a nessuno e ho sempre preferito rimanere fedele a me stesso, la mia personalità, con gli anni, non si è indebolita, anzi si è rafforzata, sono rimasto la stessa persona di allora, ma con quel prezioso bagaglio di esperienza e consapevolezza che la vita, con il tempo, ha saputo insegnarmi e che ho avuto la fortuna di saper cogliere.”

A cura di Davide Zardi
