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Dati INAIL gennaio 2026: meno incidenti in azienda, più malattie professionali. E gli infortuni in itinere esplodono in alcune regioni.
Ci sono numeri che parlano da soli, e altri che bisogna saper ascoltare. I dati INAIL di gennaio 2026 appartengono alla seconda categoria: non gridano, non fanno rumore, ma raccontano un Paese che continua a farsi male mentre lavora, che si ammala per il lavoro e che rischia la vita anche solo per raggiungerlo.
L’Italia registra 35.447 denunce di infortunio (esclusi gli studenti), un dato sostanzialmente stabile rispetto al 2025. Ma dietro questa apparente immobilità si muovono tre fenomeni che cambiano il quadro:
- calano gli infortuni in occasione di lavoro,
- aumentano quelli in itinere,
- crescono in modo significativo le malattie professionali.
È un’Italia che si infortuna meno in fabbrica, ma più sulla strada. Che muore meno sul posto di lavoro, ma continua a morire. Che si ammala di più, molto di più.
Il calo degli infortuni sul lavoro non basta a parlare di sicurezza
Le denunce in occasione di lavoro scendono da 30.090 a 29.611. Un -1,6% che potrebbe far pensare a un miglioramento. Ma basta guardare la mappa per capire che il Paese non si muove all’unisono.
Le regioni che migliorano di più sono la Sardegna (da 700 a 572), la Calabria (da 456 a 401), la Liguria (da 975 a 892). Altre invece peggiorano: il Lazio passa da 1.802 a 2.364, il Molise da 82 a 94, la Campania da 993 a 1.027.
Il lavoro non è uguale dappertutto. Non lo sono le condizioni, non lo sono i controlli, non lo sono i rischi.
Gli infortuni in itinere: la nuova frontiera del rischio
Il dato più inquietante è l’aumento degli infortuni nel tragitto casa-lavoro: da 5.424 a 5.836, +7,6%. Un numero che non si spiega con la sola ripresa della mobilità.
Ci sono regioni dove il fenomeno esplode:
- Emilia-Romagna: +64,9%
- Calabria: +44,8%
- Sardegna: +38,9%
- Abruzzo: +37,5%
Qui non si parla più solo di sicurezza sul lavoro, ma di sicurezza del lavoro: strade, trasporti, pendolarismo, orari impossibili, turni spezzati. Il rischio non è più solo dentro i cancelli dell’azienda: è tutto intorno.
Meno morti, ma non abbastanza
I decessi scendono da 59 a 33. È un calo importante, ma non basta a parlare di svolta. Si muore ancora troppo, e si muore in modo diseguale.
Le regioni che migliorano di più sono la Puglia (da 5 a 1), la Calabria (da 3 a 1), il Veneto (da 8 a 3), la Lombardia (da 10 a 7). Peggiorano invece la Sicilia (da 1 a 3), il Lazio (da 4 a 3), l’Emilia-Romagna (da 1 a 2).
Gli infortuni mortali in itinere crollano da 14 a 6, ma aumentano in alcune regioni del Sud. E ogni numero, qui, è una vita.
Gli studenti: un universo fragile che cresce
Le denunce degli studenti salgono da 6.286 a 6.458. Il 97% avviene durante le attività scolastiche. La Lombardia guida la classifica con 1.619 casi.
Un solo decesso, in Liguria. Ma il dato più significativo è un altro: gli infortuni nei percorsi scuola-lavoro crollano del 56%. Segno che la stretta normativa del 2025 ha funzionato, almeno in parte.
Resta però una domanda: perché oltre 6.400 studenti si infortunano in un solo mese?
Le malattie professionali: il lato oscuro del lavoro italiano
È qui che l’inchiesta trova il suo punto più profondo. Le denunce di malattia professionale salgono da 6.587 a 7.535, +14,4%. Un aumento che riguarda tutte le gestioni, tutte le aree del Paese, tutte le categorie.
Le patologie più diffuse sono sempre le stesse:
- disturbi osteo-muscolari,
- malattie del sistema nervoso,
- ipoacusie,
- tumori,
- patologie respiratorie.
Sono malattie lente, silenziose, spesso irreversibili. Non fanno notizia come un incidente sul lavoro, ma raccontano molto di più: raccontano anni di esposizione, posture sbagliate, carichi eccessivi, ambienti non adeguati.
Raccontano un Paese che si ammala lavorando.
Un Paese che cambia, un rischio che si sposta
L’Italia del 2026 non è più quella degli anni Novanta, né quella del post-pandemia. Il lavoro è cambiato, i rischi anche. E i dati INAIL lo mostrano con chiarezza:
- meno incidenti in azienda,
- più incidenti sulla strada,
- molte più malattie professionali,
- studenti sempre più coinvolti,
- differenze territoriali profonde.
È un Paese che ha bisogno di una nuova idea di sicurezza: non più solo caschi, guanti e procedure, ma mobilità sicura, prevenzione sanitaria, ergonomia, formazione reale, vigilanza costante.
Perché i numeri, da soli, non bastano. Servono politiche, investimenti, responsabilità. E serve la volontà di guardare in faccia un problema che da decenni l’Italia non riesce a risolvere: il lavoro che fa male.
