La vittoria dell’Inghilterra sul Messico (2-3) agli ottavi non è soltanto un risultato pesante: è una dichiarazione d’identità. La squadra di Aguirre, fino a ieri impermeabile e senza un solo gol subito, è stata costretta a piegarsi davanti a una nazionale che sta cambiando pelle. Tuchel ha portato una mentalità nuova: meno estetica, più sostanza. L’Inghilterra non si perde più nel possesso sterile, non si specchia nella propria qualità, non si lascia trascinare nelle trappole emotive degli avversari. Sa essere brutta, cattiva, sporca, quando serve. Sa interpretare le fasi, sa soffrire, sa colpire. È un passo avanti culturale, prima ancora che tecnico.La sfida contro la Norvegia sarà un test di maturità. Kane e compagni dovranno evitare gli sprechi che hanno condannato il Brasile, eliminato proprio dagli scandinavi. Ed è qui che il Mondiale mostra il suo doppio volto: mentre l’Inghilterra cresce, il Brasile si smarrisce.
I verdeoro non stanno vivendo un’epoca felice. L’arrivo di Ancelotti non ha risolto un problema che precede la panchina: la mancanza di talenti esplosivi, di quella scintilla che un tempo accendeva ogni partita. Il Brasile è ancora appeso a un Neymar lontano parente del fenomeno visto al Barcellona, un campione che sembra aver perso fame e ferocia. Si può discutere delle convocazioni — l’assenza di João Pedro è una scelta che pesa — ma quando crei occasioni nitide e non segni, nessun CT può salvarti. Il Brasile ha perso intensità, fantasia , verticalità, coraggio. È una nazionale che rischia di vivere più di ricordi che di presente, come se la propria storia fosse diventata una gabbia.
L’Inghilterra, invece, sta costruendo qualcosa. Non è ancora arrivata, ma ha imboccato la strada giusta. Il Brasile, al contrario, deve ricominciare a cercare ciò che un tempo era naturale: la qualità, la personalità, l’esplosività, la fame.Due momenti diversi, due direzioni opposte. Il Mondiale, come sempre, non perdona chi resta fermo.

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