Lo Stato militarista e coloniale rimane identico a se stesso, a prescindere da chi ne sia al vertice.
Ho voluto aspettare un po prima di scrivere questo articolo. Ho voluto aspettare le elezioni in Serbia, in Brasile, in Israele, le elezioni di Midterm in USA. Ho voluto aspettare per vedere che volto prendesse il mondo e che vento soffi, si dice che il vento soffia ancora ultimamente…Le recenti vicende politiche internazionali mostrano due scenari fortemente contrapposti: lo stallo istituzionale in Israele da un lato, ed il riscatto (forse) negli Stati Uniti, in Braile, in Serbia dall’altro. In Israele è stato (ri)votato in massa Netanyahu, c’è qualcosa che non va evidentemente negli Israeliani, oltre al governo. Peccato che ad aver avuto l’incarico per formare il nuovo governo sia stato l’oppositore Eisenkot con i suoi 48 seggi. Ma questo ovviamente non significa che Netanyahu abbia già perso il potere e non significa che tutto migliorerà, ricordiamoci che Eisenkot è un ex generale dell’esercito israeliano (IDF). Netanyahu ha comunque ottenuto 53 seggi su 120: otto in meno dei 61 necessari per la maggioranza parlamentare. Le altre forze si dividono tra i 48 seggi dell’opposizione e 19 delle coalizione araba. Le ultime elezioni parlamentari per il rinnovo della Knesset purtroppo mi danno la conferma che il problema non è Netanyahu, o Smotrich, o Ben-Gvir. Il problema ormai si è Israele, toglierei “ormai” ma è agli occhi di tutti. Il problema è soprattutto la maggioranza degli israeliani che ha votato (77%). Perche ha votato. E male. Vuoi cambiare “democraticamente” qualcosa con il voto? Vota la colazione araba! Si rassegnino i liberali, i progressisti ed i “moderati” italiani, che in difesa di Israele, ci tenevano a distinguere tra governo e popolo. Non regge più questa scusa. La maggioranza degli israeliani, se non tutto lo stato Illegittimo di israele, è con Netanyahu, cioè con colui che è stato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità Va benissimo prendercela con i dittattori del passato ma perche non possiamo adesso condannare i dittatori del presente? perche dobbiamo fare due pesi, due misure? Tra l’altro Netanyahu mi sembra abbia superato tutti i crimani di guerra passati, o quasi. Fatevene una ragione. A determinare la caduta della maggioranza è stato il colpo di scena del partito d’opposizione ultraortodosso United Torah Judaism (UTJ), che ha ritirato il proprio sostegno storico a Netanyahu in polemica con il mancato passaggio della legge sull’esenzione dal servizio militare obbligatorio per i cittadini ortodossi. Così, il Presidente Isaac Herzog ha deciso di affidare l’incarico di formare il nuovo governo a Gadi Eisenkot, l’ex generale. Eisenkot dispone ora di 28 giorni per raccogliere la fiducia della Knesset, potendo contare sull’appoggio decisivo dei partiti arabo-israeliani (19 seggi). Oltre al dato politico, i dati mettono a fuoco un altro aspetto nel Paese. Nonostante le pesanti accuse internazionali, il Likud di Netanyahu è rimasto il primo partito, dimostrando che una fetta consistente e maggioritaria della popolazione israeliana continua a sostenerne l’operato. Questo dato quindi conferma che il problema non viene più individuato esclusivamente nella figura del Primo Ministro, ma in un elettorato che lo ha deliberatamente e democraticamente riconfermato. Altri paesi in questi giorni hanno avuto un po di “Modifiche”, come abbiamo visto in Serbia, in Brasile o negli USA per le elezioni di Midterm, come dimostra l’elezione di Deb Haaland come governatrice del New Mexico. Vedere una donna nativa americana diventare governatrice viene celebrato come un successo del “sistema”, ed è bellissimo se duri ed i nativi si riprendono la loro terra. Perche non vorrei si trattasse invece della neutralizzazione delle lotte indigene: anziché distruggere le strutture coloniali che hanno sottomesso i popoli nativi, si inserisce una figura nativa all’interno dell’apparato statale di dominio. Governare significa reprimere: Ricoprire ruoli come la presidenza, il ministero degli Interni o la guida di uno Stato significa amministrare la polizia, difendere la proprietà privata dei grandi capitali e applicare le leggi della democrazia borghese. Haaland non “libera” il suo popolo, ma gestisce la macchina burocratica di uno Stato capitalistico. La vera liberazione indigena è sempre stata legata all’autonomia della terra e all’autogoverno, concetti incompatibili con il ruolo di governatore USA. Già prima donna nativa americana ad aver ricoperto la carica di Segretaria agli Interni durante l’amministrazione Biden e deputata nel 2018, la sessantacinquenne Haaland ha battuto il candidato repubblicano Gregg Hull, diventando la prima donna nativa americana ad ascendere alla guida di uno Stato negli USA. La vittoria di Haaland rappresenta un segnale politico di primaria importanza nella dialettica tra il Partito Democratico e la componente repubblicana legata a Trump. L’affermazione dei Democratici nel Nuovo Messico ed in tutte le zone del sud, come in Texas, in Kansas o nel South Carolina che sembravano territori “trumpiani” sicuri dove il Partito democratico non vinceva dal 1932 e adesso anche con la vittoria del dem. Talarico, dimostra come ormai Trump ha nettamente perso, anzi, straperso i suoi consensi storici. Trump ha pensato troppo all’estero, a fare guerre ed interessi che non erano i suoi, sottovalutando i problemi (da lui creati) all’interno degli USA. Fare guerre inutili per poi costruire trattati di pace fittizi per rincorrere il Nobel per la pace, inviare il genero a fare da colonizzatore in Albania e causare da mesi rivolte e scombussolamenti, alzare dazi e petrolio, o continuare a fare una guerra contro dei nemici che non esistono, come Putin e la paura che gli arabi hanno la “bomba sporca”, atomica o nucleare, è da pazzi. Parliamo invece del ritorno di Lula e la sconfitta della destra bolsonarista che evidenzia il costante cortocircuito delle forze di sinistra all’interno delle istituzioni borghesi. Riconosciamo il pericolo concreto del fascismo e del populismo reazionario (rappresentato da Bolsonaro), ma evidenziamo come la risposta socialdemocratica di Lula serva solo a “stabilizzare” un capitalismo diverso. Lula non mette in discussione il sistema estrattivista, l’apparato repressivo dello Stato o i rapporti di classe; si limita a riordinarli per renderli più “sostenibili” per qualcuno che prima non era considerato. C’è comunque una sbagliata visione del ruolo del leader, come fosse una dipendenza, quella della figura del “Leader”: Affidarsi ad una figura messianica come Lula delegittima l’azione diretta dei lavoratori, dei contadini senza terra (MST) e dei movimenti di base. Inoltre, governare all’interno di un sistema statale costringe Lula a scendere a patti con le stesse forze conservatrici e finanziarie che critica, dimostrando l’incapacità della via elettorale di produrre una reale trasformazione sociale. Se non andrà a patti con nessuno, cosa dubito, ha la mia stima. Ricordiamoci che Il voto è un’illusione di controllo. L’unica alternativa è la democrazia diretta dal basso: la vera trasformazione sociale, la pace nel mondo e la giustizia sociale nelle Americhe non si otterranno mai firmando schede elettorali, ma costruendo reti di mutuo soccorso, autorganizzazione popolare e resistenza al potere centralizzato.

