La prima volta che entrai all’albergo avevo un sacco di carbone sulla schiena e sbagliai porta. Mi trovai nell’ingresso, davanti a una donna che si stava aggiustando il cappello. Mi guardò le scarpe, poi guardò il carbone caduto sul tappeto.
Cesare uscì da dietro il banco.
«Di qua.»
Mi accompagnò in cortile e mi indicò la cantina. Non mi rimproverò, ma non mi aiutò nemmeno quando il sacco mi scivolò dalla spalla.
Avevo diciassette anni. Lavoravo nella bottega di Ettore, che vendeva legna, carbone e petrolio non lontano dalla Stazione Centrale. Era il 1947 e a Milano c’erano ancora strade dove dovevi scendere dal marciapiede per girare intorno alle macerie. Io le percorrevo con una bicicletta troppo grande, le consegne legate dietro e la paura di perdere qualcosa.
All’albergo andavo due volte alla settimana. Dopo un po’ cominciai a fermarmi anche per altri lavori: portare la legna ai piani, spostare un armadio, andare a comprare il pane. Ettore e il proprietario si erano messi d’accordo. A me non avevano chiesto niente, ma in albergo si stava al caldo e qualche volta rimediavo una scodella di minestra.
Cesare era il portiere. Aveva mani larghe e un’unghia del pollice spaccata che non guariva mai. Sapeva aggiustare una serratura, accendere una stufa che fumava e tenere a mente i soldi dovuti da un cliente dopo tre settimane.
Non sembrava interessargli molto altro.
La gente entrava, chiedeva una camera e lui girava il registro. Certi si fermavano qualche giorno; altri salivano senza bagaglio e dopo un’ora erano già fuori. Cesare li trattava tutti allo stesso modo. Se una donna aveva pianto, guardava il conto. Se un uomo tornava con una donna diversa, domandava i documenti come se non l’avesse mai visto.
Io invece guardavo. Facevo finta di spazzare l’ingresso e cercavo di capire chi fossero.
«Finirai per consumarlo, quel pavimento», mi disse una volta.
Credevo che sapesse tutto di tutti e non volesse raccontarmelo. Solo più tardi capii che spesso non li vedeva neanche.
I ragazzi arrivarono una sera di novembre.
Ricordo il mese perché avevo le mani screpolate e Cesare mi aveva lasciato un pezzetto di sapone sul lavandino della cucina. Diceva che non potevo portare il pane ai clienti con le dita nere.
Stavo uscendo dalla cucina quando sentii la porta dell’ingresso. Entrò prima lui, tenendola aperta con il braccio. Lei si fermò sullo zerbino a pulire le scarpe.
Non avevano una valigia. Il ragazzo portava un cappotto scuro, troppo largo sulle spalle. Lei aveva una piccola borsa stretta sotto il braccio e un filo di lana impigliato nel bottone della manica. Lui se ne accorse e lo liberò prima di avvicinarsi al banco.
«Buonasera.»
Cesare posò la matita.
Il ragazzo domandò una camera. Parlava piano, ma lo sentii bene. Aveva la voce di uno che prima di entrare si è ripetuto una frase e adesso cerca di dirla senza sbagliare.
Lei gli rimase accanto. Non guardava per terra, come facevano altre donne; guardava lui.
Quando tirò fuori i soldi, il ragazzo lasciò cadere una moneta. Rotolò fino alla mia scarpa. La raccolsi e gliela porsi.
«Grazie.»
Mi venne da rispondere «prego», cosa che non facevo quasi mai.
Cesare aprì il registro. Aspettò che scrivessero, poi si voltò verso le chiavi.
La tre era appesa nella fila in alto. Aveva una targhetta di ottone che pulivo io, quando c’era poco da fare. Era la stanza più bella: sul cortile, con il letto grande, una coperta pesante e una poltrona verde vicino alla finestra. Le altre avevano quasi tutte qualcosa che non andava. Nella due entrava aria, nella cinque si sentivano i tubi dentro il muro.
Cesare prese la tre.
Il ragazzo gli aveva già messo i soldi davanti.
«Bastano?»
Lui li contò, lasciandone alcuni sul banco.
«Sì.»
La ragazza si tolse un guanto per raccoglierli. Aveva le dita fredde, o almeno così mi sembrò dal modo in cui le piegava. Il compagno le prese il guanto e lo tenne mentre lei chiudeva la borsa.
Erano gesti da niente. Allora non avrei saputo dire che cosa ci fosse da guardare.
Cesare, però, li guardava.
«Nino, porta su un po’ di legna.»
Mi chinai a prendere il secchio. Lui uscì da dietro il banco e li accompagnò.
Sulle scale lei si fermò per lasciarmi passare.
«Pesa?»
«No», dissi.
Pesava, ma non gliel’avrei detto.
Nella tre faceva freddo. La stufa era spenta dal mattino e misi troppa carta sotto la legna per farla prendere subito.
Il ragazzo si chinò accanto a me.
«Vuoi che tenga aperto?»
Gli lasciai lo sportello e mi venne da lavorare meglio, senza spargere tutto come al solito.
Lei intanto si era avvicinata alla finestra.
«Si vede il cortile», disse.
Lui alzò la testa.
«Almeno non senti i tram.»
«A me piacciono.»
«Allora ti ho portata nella stanza sbagliata.»
Lei sorrise. Non forte, non come se lui avesse fatto una gran battuta. Gli sorrise e basta.
Cesare posò la chiave sul comodino.
«La coperta è nell’armadio.»
Il ragazzo si rialzò subito.
«Grazie.»
Fu lei a prendere la coperta. La spiegò sul fondo del letto con un’attenzione che mi sembrò eccessiva: era vecchia, aveva perfino una bruciatura su un angolo. Poi si accorse che la manica del compagno si era sporcata contro la stufa e gliela batté con la mano.
Io chiusi lo sportello.
Cesare era già sulla porta, ma aspettava ancora.
Scendemmo senza parlare. Al banco controllò il denaro, poi riaprì il registro alla pagina dei due ragazzi. Non aggiunse niente. Lo richiuse.
Più tardi preparò un vassoio con due tazze d’orzo.
«Porto io?» domandai.
Mi fece cenno di lasciarlo stare.
Lo seguii con una brocca d’acqua. Non ce n’era bisogno, credo, ma volevo tornare su.
Venne ad aprire la ragazza. Si era tolta il cappotto e aveva le maniche rimboccate. Il giovane era vicino alla finestra; quando vide il vassoio si avvicinò per prenderlo.
«Non abbiamo chiesto niente.»
«Fa freddo», disse Cesare.
Lei spostò dal tavolino un guanto e la borsa. Appoggiai la brocca, facendo sbattere il fondo sul legno più forte di quanto volessi.
«Scusate.»
Il ragazzo mi aiutò a rimettere dritto il piattino.
Prima di uscire li vidi sedersi sul bordo del letto, perché la poltrona era una sola. Lui prese una tazza, ma la ragazza gli fermò il polso.
«Aspetta, scotta.»
Gli tirò giù la manica sopra le dita e lasciò che la prendesse così.
Cesare chiuse piano la porta.
In fondo alle scale gli chiesi se li conoscesse.
«No.»
«Gli avete dato la tre.»
Si tolse gli occhiali per pulirli.
«L’avevi scaldata bene?»
Dissi di sì.
La mattina dopo tornai a ritirare i sacchi vuoti.
Cesare non era nell’ingresso. Lo chiamai dalla porta della cantina, poi lo sentii al piano di sopra.
Stava bussando alla tre.
Aveva già chiamato, mi disse. Era quasi mezzogiorno e nessuno aveva risposto.
Aspettai sulle scale mentre cercava la seconda chiave. Per un momento pensai che i ragazzi se ne fossero andati senza pagare il resto e che Cesare fosse arrabbiato.
Aprì la porta.
Non entrò subito. Rimase con la mano sulla maniglia, tanto che dovetti fermarmi dietro di lui.
Li vidi da lì.
Erano sul letto, vestiti, vicini. Avevano un’aria diversa da quella delle persone addormentate, ma continuai a pensare che dormissero finché Cesare non mi mandò a chiamare un medico.
Corsi in cucina. La donna che preparava da mangiare mi fece ripetere due volte quello che era successo. Poi mi diede un indirizzo e uscii senza prendere la bicicletta.
Quando tornai, aspettai nel cortile.
Vennero altre persone. Uno mi domandò se li avessi sentiti litigare. Dissi di no. Mi chiese se avessero parlato con qualcuno, se fosse venuto a cercarli un uomo.
Non sapevo niente.
Avevo portato della legna. Era tutto.
Cesare rispose alle domande davanti al banco. Aveva lasciato gli occhiali al piano di sopra e doveva avvicinarsi molto al registro per leggere.
A un certo punto gli chiesero se i ragazzi gli fossero sembrati strani.
«No», disse.
Poi aggiunse:
«Si volevano bene.»
L’uomo che scriveva aspettò ancora, con la penna sollevata. Cesare non disse altro.
Nei giorni seguenti sentii tante spiegazioni. In bottega, nel cortile dell’albergo, perfino da gente che era venuta soltanto a sapere.
Io non riuscivo a far stare insieme le cose. Il letto come l’avevo visto dalla porta e lei che gli tirava la manica sulle dita. Mi sembrava che, se avessi ricordato meglio quella sera, avrei trovato il momento in cui avrei potuto accorgermi di qualcosa.
Una volta lo dissi a Cesare.
Eravamo in cantina. Lui teneva il secchio mentre io lo riempivo.
«Tu non potevi sapere», rispose.
«Neanche voi?»
Scosse la testa.
Continuai a prendere carbone con la paletta. Dopo un po’ mi fermò: il secchio era già pieno.
La chiave della tre non tornò al suo posto.
All’inizio pensai che dovessero fare dei lavori. La stanza venne pulita, cambiarono la biancheria, portarono via l’acqua rimasta nella brocca.
Poi un uomo la chiese e Cesare gli diede la cinque.
«Preferisco quella sul cortile.»
«Non è disponibile.»
Il proprietario venne pochi giorni dopo. Discussero nell’ufficio dietro il banco. Io stavo aggiustando la ruota del carretto e sentii abbastanza.
Non potevano permettersi di tenere chiusa una camera, tanto meno la migliore. Di gente morta, disse il proprietario, Milano era piena.
Cesare aspettò che finisse.
«La pago io.»
Pensai che l’avesse detto per rabbia. Invece cominciò davvero a pagarla.
Non ci mise fiori e non lasciò sul letto le loro cose. La stanza era in ordine, come prima. Una volta alla settimana apriva la finestra e io gli portavo su l’acqua per pulire.
Gli domandai perché continuasse a far rifare il letto, se non ci avrebbe dormito nessuno.
«Perché va tenuta bene.»
Mi sembrò una risposta ostinata. Forse lo era.
Una mattina lo trovai seduto sulla poltrona verde. Aveva il cappello sulle ginocchia e guardava la stufa.
Stavo per andarmene, ma mi chiese di restare.
«Qui era abbastanza caldo, quella sera?»
«Sì.»
«Mi pareva di sì.»
Passò una mano sul bracciolo consumato.
«Lei continuava a ringraziare.»
Io ricordavo soprattutto il ragazzo che mi teneva aperto lo sportello. Glielo raccontai. Cesare annuì, come se gli avessi restituito una cosa che credeva persa.
Restammo qualche minuto, poi tornammo al lavoro.
Per molto tempo pensai che la tre fosse la camera dei due morti.
Anche quando avevo smesso di parlarne, la chiamavo così nella mia testa. Non capivo perché Cesare, che aveva sempre trattato tutti allo stesso modo, volesse spendere i suoi soldi per tornarci ogni settimana.
Un giorno, mentre spolveravo il banco, trovai la chiave accanto al registro. Cesare se l’era tolta dalla tasca per cercare delle monete.
La presi.
«La rimetto su?»
Mi guardò subito.
«No. Lasciala lì.»
La posai davanti a lui. Aveva ancora un po’ di lucido negli incavi del numero: l’ultima volta che l’avevo pulita non avevo finito bene il lavoro.
«È per rispetto?» gli domandai.
Cesare si passò una mano sulla faccia.
«Non voglio dimenticarli.»
«Non credo che potreste.»
«Adesso no. Poi succedono altre cose.»
Fu allora che mi raccontò un particolare a cui non avevo fatto caso. Quando erano entrati, il ragazzo aveva le mani così fredde che faticava ad aprire il portafoglio. Lei glielo aveva preso, lo aveva aperto e restituito senza sorridere, senza farlo sentire sciocco.
«Si aiutavano», disse.
Guardai la chiave sul banco. Per gli altri, per me, quei due erano diventati soltanto il modo in cui erano morti. Cesare ricordava ancora come erano stati insieme.
Non sapeva spiegare la loro fine. Non ci provava nemmeno. Teneva per loro la stanza che aveva scelto quando erano vivi, quando gli erano sembrati due ragazzi a cui dare il meglio che c’era.
Da sotto il portone arrivò una corrente fredda. Cesare mi disse di chiudere bene, poi riprese a fare i conti.
Prima di chinarsi sul registro mise la chiave nella tasca del panciotto.
Il gancio del tre restò vuoto.
A cura di Angela Zarrella
