Fonte foto: Valentina Giua
Una conversazione sulla poesia come atto civile, spazio di ascolto e comunità: la visione di Valentina Giua per La parola che resiste.
In un tempo in cui la comunicazione corre veloce e spesso si assottiglia, La parola che resiste nasce come un gesto controcorrente: un invito a tornare alla profondità, alla cura, alla verità della lingua. La nuova rubrica di Etimologia Magazine, ideata e curata da Valentina Giua, promotrice culturale e delegata per la Sicilia di Rinascimento Poetico, riporta la poesia al centro del discorso pubblico, restituendole il ruolo originario di atto civile, comunitario, trasformativo.
Per Valentina, la poesia non è solo un genere letterario, ma un principio vitale: “Penso a quel soffio vitale, la ruah di cui parlano le antiche scritture: è già parola? Io credo di sì”. È da questa intuizione che prende forma una rubrica capace di intrecciare memoria, identità e attualità, mettendo in dialogo ogni volta un testo poetico con un tema del presente.
In queste pagine, la poesia diventa spazio di ascolto e di resistenza, un argine alla frenesia contemporanea, un luogo in cui riconoscersi e riconoscere gli altri. “La poesia, da sola, come esperienza puramente intima, non basta. Per restare viva deve trascendere il singolo, reggersi autonomamente, farsi voce che interroga anche chi legge”.
L’intervista che segue racconta la visione che anima La parola che resiste: una poesia che non si chiude, ma si apre; che non si ritrae, ma si espone; che non consola soltanto, ma interroga, accompagna, costruisce comunità. Una poesia che, oggi più che mai, sceglie di resistere.
Valentina, grazie per essere con noi. Da quale intuizione o necessità nasce La parola che resiste e cosa ti ha spinto a immaginare questa rubrica proprio per Etimologia Magazine?
Ciao Anastasia, grazie a te per l’invito.
“La parola che resiste”, la nuova rubrica per “Etimologia Magazine”, nasce dal desiderio di rimettere la poesia al centro dell’attenzione. Non solo come genere letterario, ma come essenza primordiale del linguaggio.
Penso a quel “soffio vitale”, la “ruah” di cui parlano le antiche scritture: è già parola? Io credo di sì. È la parola che usiamo ogni giorno per dare forma ai nostri desideri, per costruire i mondi in cui abitiamo. Ed è una parola che resiste. Resiste al tempo, come sui frammenti di poesia incisi dai Sumeri sulle tavolette d’argilla migliaia di anni fa.
“La parola che resiste”, per me, è proprio questo: è la poesia. È quel tentativo di portare alla luce un pensiero, una bellezza o anche un disagio, quando sentiamo il bisogno più profondo di farlo.
E perché proprio su “Etimologia Magazine”? Perché questa rivista, con la sua cura e il suo sguardo, ha risvegliato in me quel desiderio – inteso nel suo senso più antico e letterale, come “de-siderio”, ovvero “mancanza di stelle” – di cercare le mie stelle proprio qui, e di riconoscermi in una casa che sa essere allo stesso tempo sicura e libera.
La rubrica restituisce alla poesia il suo ruolo originario di atto pubblico e civile: in che modo, secondo te, oggi la poesia può tornare a essere un gesto collettivo e non solo un’esperienza intima?
La poesia oggi può tornare a essere un gesto collettivo se continua a misurarsi con il presente: con le sue ferite, le sue contraddizioni, le sue domande aperte.
Noi leggiamo la poesia in modo intimo, certo, e su più livelli. Ma poi la portiamo nel quotidiano, la mettiamo a confronto con ciò che viviamo. Cerchiamo nei versi tracce di noi stessi, frammenti che funzionino da specchio, che riflettano emozioni, ricordi, inquietudini condivise.
In questo senso, la poesia come atto pubblico e civile ha una funzione fondamentale: costringe a pensare, a rallentare, a esercitare uno sguardo critico sul mondo. Non offre soluzioni immediate, ma apre spazi di coscienza.
La poesia, da sola, come esperienza puramente intima, non basta.
Per restare viva deve trascendere il singolo, reggersi autonomamente, farsi voce che interroga anche chi legge. Un’idea che ritrovo in Arthur Rimbaud, quando immagina il poeta come una sorta di veggente, capace di cogliere le ombre e le luci del proprio tempo, e in Charles Baudelaire, che ne incarna il presagio come grande precursore.
Oggi, in una società sempre più disconnessa, la poesia può tornare a essere gesto collettivo proprio così: diventando luogo di riconoscimento, di resistenza, di ascolto reciproco.
Viviamo in un tempo dominato da comunicazioni rapide e spesso superficiali. Quale spazio di profondità e di ascolto credi che la poesia possa ancora aprire dentro questo ritmo accelerato?
È proprio a causa di questi ritmi sempre più frenetici e iperconnessi che sentiamo il bisogno di rallentare. E la poesia ha questo dono: ci chiede gentilmente di fermarci, di prestare attenzione alle piccole cose. Attraverso la sperimentazione linguistica o il dialogo con altre arti, la poesia ci restituisce il tempo per occuparci davvero di chi ci sta vicino.
Pensiamo alla nostra vita quotidiana: quante volte raccontiamo qualcosa a un amico o un familiare, e abbiamo la sensazione che non afferri davvero il senso di ciò che stiamo dicendo? Siamo così frastornati dalla velocità dell’esistenza che abbiamo disimparato ad ascoltare. Ecco il paradosso: siamo sempre connessi, ma non riusciamo a connetterci.
Per questo abbiamo bisogno di poesia. Non come evasione, ma come pratica di rallentamento. Esistono percorsi come la “poetry therapy” che lavorano esattamente su questo: creare uno spazio in cui la parola rallentata diventa veicolo di comunicazione autentica, di comprensione profonda. Uno spazio dove le anime possono finalmente incontrarsi.
Ecco, “La parola che resiste” vuole essere anche questo: un piccolo argine al fiume in piena della velocità, un invito a fermarsi e ascoltare.
Ogni intervento nasce dall’incontro tra un testo poetico e un tema contemporaneo. Come scegli le poesie e quali criteri guidano il dialogo tra parola poetica e attualità?
La scelta delle poesie parte sempre dal tema che voglio affrontare. Cerco quei versi che non si esauriscono in una sola lettura, ma che continuano a generare significati nuovi. Sono quelli i testi capaci di parlare anche al nostro presente, perché contengono già, in nuce, le domande che ci facciamo oggi.
I criteri che seguo sono molteplici: lo stile, certo, ma anche la capacità di sperimentare con la forma, il coraggio di uscire dagli schemi. Cerco poesie che non restino in superficie, che scavino in profondità fino a diventare sostanza, nutrimento per chi legge. Cerco punti di rottura, fragilità, musica. Ma, soprattutto, cerco la Verità.
Con la V maiuscola intendo quella qualità rara e inconfondibile per cui un verso, anche scritto cent’anni fa, sembra parlare direttamente a noi, qui e ora. Senza quella traccia di Verità, i versi restano muti, chiusi nel loro tempo. È solo quando quella scintilla si accende che può nascere un dialogo autentico, profondo e molteplice con l’attualità.
Parli di “parola che resiste”: a quali pressioni, distorsioni o fragilità del linguaggio senti che la poesia debba opporsi oggi?
La poesia deve opporsi, oggi più che mai, alla mediocrità.
Non possiamo cadere nel tranello di chi la riduce a un gioco di “punti e a capo”, o peggio, di chi usa la “licenza poetica” come alibi per qualunque cosa. Certo, tutti abbiamo sperimentato, giocato con le parole in modo libero e arbitrario. Ed è giusto che sia così. Ma la ”poesia” è altro: è un atto magico, è trascendenza. E come tale richiede cura, rispetto, disciplina.
Se la parola poetica resiste nel tempo – ed è questo il cuore della rubrica – è perché ha la capacità unica di “verticalizzare” il tempo e lo spazio. I grandi versi non si esauriscono nell’istante in cui vengono scritti: scavano in profondità, si innalzano, diventano profezia. Testimoni silenziosi e potentissimi di ciò che siamo stati e di ciò che saremo. Per questo la poesia è, e sempre sarà, l’arte sublime di ogni civiltà.
La rubrica intreccia identità, memoria e voce pubblica. In che modo la poesia può diventare uno strumento per riconoscersi, raccontarsi e, allo stesso tempo, costruire una memoria condivisa?
La poesia può diventare uno strumento potentissimo per riconoscerci, raccontarci e costruire insieme una memoria condivisa. Basta lasciarsi attraversare da quest’arte antica e sublime, farsi toccare dalle sue parole.
Oggi, grazie alla sperimentazione e al dialogo con altre forme d’arte, questo percorso è ancora più accessibile. La poesia che si fa musica, che diventa immagine, che incontra il teatro, parla una lingua universale capace di raggiungere tutti. E penso soprattutto ai più giovani, ai bambini di oggi.
Loro hanno un bisogno profondo di “vedere” – non solo guardare, ma vedere con gli occhi della mente e del cuore. Hanno bisogno di strumenti per sviluppare uno sguardo critico sul mondo. La poesia, con la sua capacità di rallentare il tempo e di nominare l’invisibile, può essere una scuola preziosa per questo. È così che si costruisce una memoria che non sia solo personale, ma davvero condivisa, capace di attraversare le generazioni.
Come promotrice culturale e delegata di Rinascimento Poetico per la Sicilia, vivi la poesia anche come pratica comunitaria. Che tipo di comunità speri di generare attorno a questa rubrica?
Verissimo. Grazie a Rinascimento Poetico ho la fortuna immensa di vivere la poesia come pratica comunitaria. E devo dirti che questo aspetto è stato il più cruciale della mia vita. Perché ho vissuto la poesia sulla mia pelle, a più livelli. Non in senso astratto, ma in modo tangibile: attraverso incontri, laboratori, reading, workshop, progetti multiartistici e culturali.
Intorno a queste esperienze ho visto nascere e crescere una comunità che abbraccia tutte le età. Bambini, adolescenti, adulti, meno giovani. Tutti insieme, accomunati dalla stessa attenzione, dalla stessa partecipazione.
Quello che spero per “La parola che resiste” è esattamente questo: generare una comunità viva. Curiosa, libera. Una comunità di persone che si interrogano senza filtri, che cercano insieme, che non hanno paura di perseguire la Verità – quella con la V maiuscola di cui parlavamo prima. Perché è solo mettendosi in ascolto, gli uni degli altri e delle parole che resistono, che possiamo davvero riconoscerci.
Guardando ai lettori di Etimologia Magazine, quale trasformazione — piccola o grande — ti auguri che La parola che resiste possa attivare in chi la seguirà?
Vorrei che “La parola che resiste” potesse diventare per chi ci segue uno specchio condiviso. Uno specchio in cui riconoscersi, certo, ma anche una porta: qualcosa che si apre su nuovi pensieri, nuovi gesti, nuove idee, nuovi spazi.
Perché è questo il senso più profondo della comunità che immagino: non stare semplicemente insieme, ma condividere intenti, costruire progetti comuni. Ideali che diventano azioni, visioni che si trasformano in qualcosa di tangibile. Per noi, qui e ora, e per le generazioni che verranno.
Io, da parte mia, continuerò a fare quello che ho sempre fatto: stare in ascolto, imparare, cercare. Sono e sarò sempre una ricercatrice instancabile. Perché la poesia è un universo che non finisce mai di svelarsi, e io voglio continuare a percorrerlo – insieme a chi vorrà camminare al mio fianco.
