Immagine tratta da artsakh.news
Due notizie affiancate raccontano la posizione che Mosca cerca di occupare: interlocutore degli Stati Uniti e partner dell’Iran, contro cui Washington ha avviato la guerra insieme a Israele. Da una parte, il Cremlino auspica un incontro tra Vladimir Putin e l’inviato americano Steve Witkoff; dall’altra, una stretta di mano accompagna l’annuncio di una collaborazione russo-iraniana mai così stretta.
In una fotografia tratta da Skytg24 non compaiono Putin e il capo dello Stato iraniano, ma i ministri degli Esteri Sergei Lavrov e Abbas Araghchi. Il significato politico resta rilevante: mentre cerca il dialogo con Washington, la Russia conferma di non voler rinunciare al rapporto con Teheran. Durante la visita, Lavrov ha condannato gli attacchi americani e israeliani e ribadito la volontà di proseguire gli accordi economici con l’Iran.
Il filo rosso è il potere negoziale. Mantenere rapporti con entrambe le parti permette a Mosca di proporsi come un interlocutore utile, capace di parlare con chi gli Stati Uniti combattono. La vicinanza a Teheran può così diventare una leva nei rapporti con Trump, anche sul dossier ucraino: una possibilità indicata dagli analisti, non la prova di uno scambio già concordato.
È qui che le due notizie si collegano più direttamente. Trump ha giustificato l’alleggerimento della pressione economica sulla Russia con la necessità di preservare i negoziati sull’Ucraina e non incoraggiare un maggiore sostegno russo all’Iran. Mosca, intanto, tiene aperto il canale americano senza abbandonare quello iraniano. Dialogare con Washington, quindi, non significa schierarsi con Washington: significa cercare di ottenere più spazio di manovra mantenendo relazioni che gli Stati Uniti vorrebbero limitare.
A cura di Angela Zarrella
