Squallor o Sacra Irriverenza
Ho varcato la soglia di Spazio Vitale, in un palazzo storico, Palazzo Vitale, ad Aversa con il timore reverenziale di un neofita che entra in un tempio pagano, sospeso tra l’odore acre della creta e l’eco distorta di un vinile graffiato. La mostra “Fango – Gli Squallor a tutto tondo” non è un’esposizione: “è un’esumazione rituale, un’autopsia festosa condotta con il bisturi dell’ironia su quel cadavere eccellente che è il costume italiano“.
L’Ontologia della Melma
Salvatore Scuotto e Nicoletta Itto, che sono geniali e hanno fatto un lavoro immenso, non si sono limitati a scolpire l’argilla; l’hanno costretta a piegarsi al paradosso. Perché, diciamocelo, il “Fango” del titolo non è mera terra. È la materia informe in cui siamo nati, quella in cui ci dibattiamo e quella in cui, inevitabilmente, finiremo. Come scriveva, in un delirio mistico, il curatore Pasquale Ruocco, quest’argilla è “fango raffinato”, un ossimoro plastico che trasforma lo sconcio in icona, il volgare in ieratico.

Guardando quelle sculture, ho visto le copertine di Luciano Tallarini, quegli abissi grafici che hanno nutrito la nostra adolescenza clandestina, prendere tridimensionalità. Non è solo terracotta: è la carne viva della satira che si fa totem.
Anarchia, non disordine
Ci hanno sempre detto che gli Squallor fossero “fuori dalle regole”. Falso. Gli Squallor hanno riscritto le regole del gioco, rendendo il caos un sistema filosofico coerente. È la lezione di Morale-S (Scuotto): l’anarchia creativa non è mancanza di struttura, ma la capacità di vedere la struttura dell’assurdo.



Mentre camminavo tra le proiezioni, in quella semioscurità che profumava di terra umida e irriverenza pop, ho sentito la presenza spettrale di Arrapaho e la nostalgia grottesca di Tromba. Lì, la musica non era un sottofondo che suonava nella mia testa, ma un’architettura invisibile che sosteneva le forme plastiche. È un percorso iniziatico: entri “ascoltatore di contrabbando”, con i tuoi LP polverosi nascosti nello zaino, ed esci consapevole di far parte di un’aristocrazia del grottesco.
Il volume di Ciro Castaldo, che accompagna il progetto, è il breviario necessario per chi vuole navigare tra i detriti di questa gloria nazionale. Perché, in fondo, che cos’è la storia d’Italia se non una lunghissima, ininterrotta canzone degli Squallor, dove il dramma si confonde costantemente con la farsa?
Il Verdetto
Se cercate il decoro, cambiate strada. Se cercate l’ordine costituito, restate a casa a contare le vostre certezze. Ma se sentite il bisogno fisiologico di sporcarvi le mani con l’argilla della verità, quella verità brutta, sporca e catartica che solo gli Squallor hanno saputo cristallizzare, allora Spazio Vitale è l’unica cattedrale a cui dovete rendere omaggio.
Perché il fango, alla fine, non sporca: plasma. E noi, in questo tripudio di creta e satira, siamo stati finalmente modellati a immagine e somiglianza del genio.
Ma, lasciando Spazio Vitale, mi è sorto un pensiero, molto personale, che brucia più di una verità rivelata. Ci ostiniamo a voler “musealizzare” gli Squallor, a volerli incastonare nella terracotta, a volerli benedire con il timbro della critica colta. Ma siamo davvero sicuri che questa mostra sia un tributo? O non è, forse, l’ultimo, supremo scherzo di un gruppo che ci sta ridendo in faccia da lassù?




Lasciatemi passare i termini, c’è qualcosa di “squisitamente bastardo” nell’idea di esporre, la nostra “immondizia culturale” sotto una teca, rendendola improvvisamente rispettabile, quasi accademica? Ed è qui che la genialità di Scuotto e Itto si rivela in tutta la sua diabolica astuzia: hanno preso il nostro fango e ne hanno fatto un feticcio.
A mio parere la vera lezione degli Squallor non è contenuta nei dischi, né nelle sculture che ho appena ammirato. La loro vera eredità è l’invito a non essere mai presi sul serio, nemmeno mentre si celebra la loro grandezza. Quindi, quando vi capiterà, entrate in galleria, ammirate, riflettete, ma uscendo, per favore, fate un gesto di rottura. Dimenticatevi per un momento di essere visitatori composti, sporcate le vostre certezze con un po’ di quel fango che vi si è attaccato addosso. Perché l’unico modo reale di onorare gli Squallor, in quest’epoca di musei asettici e intelligenze artificiali fin troppo educate, è continuare a “essere, ostinatamente e gloriosamente, dei perfetti, irrecuperabili bastardi intellettuali”. Non cercate la risposta corretta nella mostra. Cercate lo squarcio. Cercate dove il sistema fallisce. Lì, tra le crepe della terracotta, troverete il vero cuore pulsante dell’anarchia italiana. E vi assicuro: fa un rumore meravigliosamente molesto.
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Un articolo brillante: restituisce la forza grottesca degli Squallor con stile, lucidità e un’ironia colta che rende la mostra ancora più interessante.
L’articolo è una lettura sorprendente: riesce a raccontare gli Squallor con una profondità che non ti aspetti, trasformando la loro irriverenza in un percorso artistico affascinante. Il tono è brillante, le immagini vivide, e alla fine ti ritrovi davvero curioso di vedere la mostra dal vivo.