Don Backy


A volte il tempo non è una linea retta, ma un cerchio che si chiude laddove la bellezza ha piantato le sue radici più profonde. E’ successo ieri, nel cuore di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano. Cornice d’elezione del Napoli Cinema Festival e prestigiosa sede del Premio Nazionale “La Sirena Partenope”, patrocinato dalla Regione Campania.
L’evento ha rappresentato l’unica, imprescindibile tappa del Napoli & Festival – Expo Summer 2026. Una vera e propria maratona culturale che, con sapiente trasversalità, intreccia cinema, legalità, musica, il Premio Disco d’Oro, memoria civile, spettacolo ed eccellenze enogastronomiche.
Più che una presentazione, quella di Colpo di Genio, ultima fatica editoriale di Don Backy, prodotta da Dickinson Edizioni, è stato l’incontro tra il vissuto di un artista che ha fatto la storia della musica italiana e la vibrante, inesauribile urgenza di narrare il mondo.









Intreccio tra inchiostro e nota
Guardare quest’opera è come osservare un funambolo che cammina sul filo sottile tra la fiaba e la realtà. Don Backy, ha la sapienza di chi ha già cantato le vertigini dell’anima ne L’immensità. Oggi ha deciso di non affidarsi solo alla voce, ma di farsi anche artigiano di immagini.
Il libro è un teatro tascabile dove la matita insegue il pensiero e il QR code dischiude. Quasi fosse una porta segreta, diciassette frammenti sonori inediti. Leggere Colpo di genio significa accettare l’invito dell’autore a ritrovare lo sguardo pulito dell’infanzia in un mondo che ha dimenticato come meravigliarsi.
Gli intervenuti
La serata, intrisa di una rara intensità creativa, ha visto un parterre di ospiti che ha trasformato il momento in un mosaico di mostri sacri. Dall’autore Bruno Lanza all’attore Tommaso Bianco, la loro irresistibile “verve” ha letteralmente incendiato il dibattito. Passando per la voce intensa di Francesca Marini nella sua interpretazione magica e fantastica di “Era de maggio”. L’attore Ciro Capano. La presenza dell’Onorevole Francesco Emilio Borrelli con i discorsi sulla legalità. L’ironia dell’attore-cabarettista Lello Musella. La “Barbie italiana” Marianna Fortuna. L’intervento del bravo attore emergente Luigi Zeno. Il tutto sapientemente orchestrato da una delle presentatrici più brave e professionali del panorama dello spettacolo Cinzia Profita.

Un’opera ecologista
C’è in Don Backy una postura intellettuale che ricorda quella di un artigiano medievale consapevole. Lo scriveva anche Jorge Luis Borges: “di tutti gli strumenti dell’uomo, il più sbalorditivo è il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo, il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione”.
In questo progetto, l’autore cerca la risonanza profonda del cuore. È un’opera ecologista. Sì, ma nel senso più nobile del termine. Un’ecologia dello spirito che cerca di estirpare l’erba cattiva dell’indifferenza per lasciar fiorire, ancora una volta, la fantasia.
La firma di Aldo Caponi si posa sulle pagine, lasciando un segno indelebile in chi ha condiviso questo momento. Villa Bruno sembra farsi custode di una promessa. Siamo creature fatte di “polvere di stelle e frammenti di canzoni”, sospesi tra il desiderio di volare e la necessità di radicarci.
Don Backy, ci ricorda che non importa quanto la modernità provi a renderci aridi. Finché avremo la capacità di sognare, saremo sempre in grado di colpire al cuore il genio della vita. E, in questo 26 giugno, abbiamo avuto la conferma che l’arte, quando è autentica, non invecchia mai. Si limita a cambiare frequenza, risuonando, eterna, nell’immenso spazio delle nostre emozioni.
In ultima analisi. Restare nel solco di Don Backy significa comprendere che l’arte non è un oggetto da contemplare in una teca, ma un organismo vivo da accarezzare. Quel ‘Colpo di Genio’ che abbiamo respirato in questa splendida villa è un innesto: un innesto di luce in un’epoca che teme l’ombra. Ho avuto la netta sensazione che le parole, le note e i volti incontrati ieri non si siano dissolti nell’aria della sera. Al contrario, si siano fatti carne, stratificandosi nel nostro vissuto. Perché non siamo noi a possedere l’arte. E‘ l’arte che, nel momento in cui la riconosciamo, ci prende per mano e ci obbliga a restare umani, vibranti, terribilmente e meravigliosamente vivi. Siamo l’eco di un istante; siamo, finalmente, il battito di un mondo che ha smesso di guardare e ha ricominciato a sentire.
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