L’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC non rappresenta una svolta. È, piuttosto, l’ennesima conferma di un sistema che preferisce la continuità alla visione, la gestione alla trasformazione, la politica al merito sportivo. Una scelta che racconta molto più di quanto sembri: il calcio italiano non vuole cambiare pelle.
Malagò arriva come figura istituzionale, trasversale, abile nei palazzi, ma distante dal campo. La sua conoscenza del mondo del calcio è limitata, non costruita dentro le dinamiche quotidiane del movimento, non maturata tra settori giovanili, club, riforme tecniche o progettualità sportive. È un presidente che nasce più per equilibri politici che per competenze calcistiche. E questo, in un Paese che da anni fatica a ritrovare competitività, pesa.
La politica, intanto, continua a espandersi come un’ombra lunga. Sempre più presente, sempre più determinante, sempre più ingombrante. Il calcio italiano diventa un terreno di occupazione, non di innovazione. Un luogo dove si difendono posizioni, non si costruiscono idee. Dove si parla di governance più che di gioco, di alleanze più che di riforme.
E mentre i palazzi si ricompattano, il campo racconta una realtà che non si può ignorare: un movimento che non riesce a far crescere i propri giovani, infrastrutture che restano ferme a un’altra epoca, società che lottano per sopravvivere, un livello europeo che si allontana stagione dopo stagione, una Nazionale che fatica a trovare un’identità stabile. Tutto questo non è un incidente, ma il risultato di scelte ripetute nel tempo.
Il problema non è solo chi guida la FIGC. È ciò che rappresenta.
L’elezione di Malagò è la fotografia di un calcio che non vuole disturbare se stesso, che preferisce la manutenzione dell’esistente alla costruzione del futuro, che continua a scegliere figure lontane dal campo ma vicine ai palazzi. Un calcio che resta indietro mentre l’Europa accelera.
Il movimento aveva bisogno di una scossa. Ha scelto un’altra volta la continuità.
Aveva bisogno di competenza tecnica. Ha scelto la politica.
Aveva bisogno di coraggio. Ha scelto la prudenza.
E allora la domanda resta sospesa nell’aria: quanto può resistere un sistema che continua a proteggere il proprio passato mentre il futuro gli scivola via?

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