Marcio è il nuovo singolo di Gina Palmieri, un brano che smonta le logiche distorte dello spettacolo e rivendica il diritto di restare sé stessi in un mondo che chiede maschere.
Il “marciume” del mondo dello spettacolo odierno non è un’accusa gratuita, ma una sensazione diffusa. È un sistema che spesso premia la visibilità più della competenza, l’urlo più della sostanza, l’immagine più della ricerca artistica. In un panorama dominato da algoritmi e dinamiche di mercato aggressive, la corsa alla performance è continua. Così molti talenti autentici restano ai margini, mentre avanzano figure costruite a tavolino: perfette per il consumo rapido, ma fragili sul piano creativo.
Perché parlarne oggi
Perché proprio oggi escono brani come Marcio, che non si limitano a denunciare ma scelgono di restare integri. In un contesto che tende a truccare le crepe, Gina Palmieri le illumina. E lo fa con una lucidità che mette a nudo non solo il sistema, ma anche il coraggio necessario per non lasciarsene contaminare.
In occasione dell’uscita di Marcio, Gina Palmieri ci ha rilasciato una preziosa intervista in cui racconta la genesi del brano e la sua visione sul sistema dello spettacolo contemporaneo.
Buongiorno Gina, grazie per aver accettato questa intervista. Vorrei partire da una domanda diretta: quando ha scritto Marcio, quale realtà concreta stava osservando? Un settore, un ambiente, un episodio preciso?
Osservavo la quotidianità, il mondo del lavoro, le amicizie, il modo di vivere in generale: inevitabilmente ciò che circonda me, ma anche raccogliendo alcune confidenze fatte dagli amici, da persone vicine; il quadro che ne veniva fuori era un evidente: un malessere derivante dalla superficialità, dal conformismo, dal bisogno di affermazione cui la nostra società costringe, lasciando ai margini la valorizzazione del buono e i valori della vita.
Nel brano lei descrive un sistema in cui “tutti sanno e tutti fanno”, ma chi non si adegua resta fuori. A cosa si riferisce esattamente? Parla dell’industria musicale, del mondo dello spettacolo o di un meccanismo sociale più ampio?
Sì, in effetti oggi sui social “tutti” si sentono all’altezza di poter dire e fare “tutto”: la maggior parte delle persone crede di essere su un gradino più alto, di poter giudicare il prossimo, di avere il diritto di portare in testa una persona o annientarla, senza cercare la verità. Basta uno scatto ben fatto per “vendere”, una proiezione di sè piuttosto che lavorare per far emergere la vera essenza, la realtà. Oggi si avverte forte il bisogno di rientrare in determinati canoni imposti dalle mode, dalle tendenze per sentirsi a proprio agio a discapito dell’umanità nel senso più completo del termine. Ovviamente questo concetto ho potuto osservarlo in particolare nel mio mondo, quello artistico, e quindi nell’industria musicale, un sistema proiettato, soprattutto negli ultimi anni, prettamente all’immagine e alla standardizzazione del gusto. Ma sono convinta che questo è uno spaccato della società nel suo insieme.
C’è un passaggio che colpisce: “puoi essere nessuno anche di fronte a coca e rum”. È un’immagine forte. Sta denunciando un certo tipo di normalizzazione degli eccessi nell’ambiente artistico?
In realtà davanti a “coca e rum” ci si trova per vivere momenti piacevoli, di condivisione, ma si finisce per “essere nessuno” anche in compagnia se non si è “connotati” in qualche ambito, se non si ricopre un ruolo che possa tornare utile in qualche modo. Ovviamente nell’ambiente artistico questo è molto evidente, tanti artisti pur di apparire, di avere successo, scelgono di mettere da parte loro stessi, i loro progetti e le loro visioni, in cambio della semplice notorietà, che come ben sappiamo non sempre è di qualità, penalizzando l’arte ed il potere comunicativo della musica.
Lei canta: “sei un mito prima ancora che un amico, o quello stronzo che silenzi con un dito”. È un riferimento alla volatilità del consenso? O a un sistema che crea e distrugge figure pubbliche con la stessa rapidità?
“Essere un mito prima che un amico” è un modo per dire “ti frequento perché mi potrai essere utile” perché sei una persona potente e non perché mi interessa la tua anima, il tuo essere. Capita di essere silenziati, o di non essere ritenuti degni di essere ascoltati perché non si è ha alcuna forma di potere o visibilità. Le amicizie nascono per interesse e sono sempre meno sincere, questo è il concetto
Nel testo emerge una critica all’apparenza come valuta dominante. Ha vissuto in prima persona pressioni legate all’immagine, alla performance, alla necessità di “funzionare” più che di essere?
Per fortuna non ho mai vissuto direttamente pressioni legate alla mia immagine, perché ci tengo al mio messaggio, alla mia musica, ma di sicuro, come tanti artisti emergenti, ho ricevuto tanti “no” da persone che non hanno neppure ascoltato il mio lavoro, per superficialità. Capita di essere sottovalutati a prescindere, magari perché non si rientra nello “standard” creato a tavolino dal sistema musicale, soprattutto italiano. Il talento vero è poco sostenuto. Sicuramente capita spesso di veder creare e distruggere rapidamente una figura pubblica pur di seguire mode e tendenze, ma certamente anche per motivi legati a riscontri economici.
Quando scrive “marcia nel marcio”, sembra quasi un invito a resistere dentro un contesto che non cambia. Secondo lei, chi alimenta questo “marcio”? Le istituzioni culturali, il mercato, i media, o gli stessi artisti che accettano certe regole?
“Marcio” è tutto ciò che deperisce, ciò che non viene curato con amore, con passione e muore. È presente un po’ ovunque, nelle istituzioni, nel mercato, nei media e negli artisti che scendono a compromessi. Per fortuna devo dire però che esiste anche tanta bellezza, ed è lì che io sposto il mio faro, voglio portare l’attenzione sul bello che c’è ancora e lanciare un grande messaggio sociale che spinga a valorizzarla e a promuoverla con determinazione e convinzione.
Lei parla di libertà come “roba per pochi”. È una constatazione amara o una provocazione? Chi, oggi, secondo lei, ha davvero accesso alla libertà artistica?
Sentirsi liberi è una delle cose più belle che si possa augurare all’essere umano, la libertà è preziosa e porta benessere assoluto, ma si tratta di uno status difficile da raggiungere, bisogna lavorare duramente su stessi e desiderarlo. Oggi in tanti scelgono strade più comode, più veloci che spesso, però portano altrove, allontanano da questo traguardo. Liberi si diventa quando si ha davvero dentro qualcosa da voler vivere, da voler dire, quando si è se stessi, ad esempio, in arte, quando la tua musica rappresenta te e nasce da te, dalla tua idea della vita che diventa universale nel momento in cui le tue emozioni diventano le emozioni dell’ascoltatore che le fa proprie. Dunque, si dà ciò che si ha, o meglio ciò che si è.
Nel brano c’è una tensione tra autenticità e compromesso. Qual è stato il compromesso più difficile che le è stato chiesto, esplicitamente o implicitamente, nella sua carriera?
Ad oggi, posso dire che l’unica difficoltà che incontro è quella di trovare una chiara connotazione, uno spazio per noi cantautori, il mercato e le radio tendono a proporre solo le grandi etichette e a dare poco spazio alle novità e alla musica cosiddetta di “nicchia”, mentre sarebbe molto interessante offrire al pubblico una maggiore possibilità di scelta; i giovani di oggi conoscono solo tormentoni e si fa molta fatica a canalizzare altro.
La sua scrittura sembra voler smascherare un sistema, ma senza vittimismo. Ha mai avuto timore che un brano così diretto potesse chiudere le porte o creare reazioni ostili?
Non ho mai pensato a “Marcio” come un brano ostile o provocatorio, al contrario, ho semplicemente scelto un modo diverso per dire “ci siamo anche noi”, utilizzando, come in tutte le altre mie canzoni, parole sincere e suoni veri, prodotti dalle vibrazioni di esseri umani che credo facciano tanto bene all’anima. Un valore aggiunto a ciò che il mercato offre in modo standardizzato e spesso artificiale.
Lei descrive un ambiente in cui “tutti fanno, ma non tu”. Ha mai pagato un prezzo concreto per aver scelto di non allinearsi?
Non allinearsi comporta difficoltà ad avere visibilità e grandi numeri all’inizio ma sicuramente compensata dalla certezza che i brani così nati hanno più possibilità di vivere nel tempo e soprattutto di essere predisposti a diverse possibilità di arrangiamento e di esecuzione, e quindi di essere proposti in “abiti” sempre diversi e coinvolgenti anche nei live.
Dal punto di vista investigativo, mi interessa capire: secondo lei, quali sono i meccanismi meno visibili — quelli che il pubblico non vede — che rendono il sistema “marcio”?
Il “marcio” è presente nel momento in cui metti da parte l’onestà per scendere a compromessi, in cui annienti la tua creatività e l’amor proprio, nei momenti in cui viene a mancare il rispetto per il prossimo pur di arrivare ad un obiettivo, alla notorietà. Questo, ripeto, in qualsiasi ambito della società. Certamente l’artista ha enormi responsabilità in ambito culturale ed educativo, oltre che comunicativo. Un artista ha possibilità di arrivare ad un numero elevato di persone, soprattutto di giovani ai quali ha possibilità di donare attraverso le canzoni, spunti di riflessioni, sensibilizzazione a qualsiasi tematica, ed è un peccato invece, trovarsi ad ascoltare brani famosi che veicolano messaggi provocatori, futili o peggio sessisti e violenti. La musica da sempre ha dimostrato di avere una funzione sociale molto potente, pertanto, gli addetti ai lavori dovrebbero essere molto attenti a questo. I meccanismi meno visibili sono quelli che “subiamo” indirettamente dai media che troppo spesso propongono format privi di contenuti utili. Ritengo che sul panorama italiano manchi la valorizzazione della musica classica, del jazz, dell’opera lirica, i nostri giovani non conoscono la nostra tradizione e il valore culturale musicale dell’Italia del passato.
Molti artisti denunciano dinamiche tossiche ma pochi lo fanno in modo così esplicito. Cosa l’ha spinta a esporsi, e cosa si aspetta che accada dopo questa canzone?
Non mi aspetto nulla in particolare, mi interessa invece divulgare in modo sincero il mio pensiero attraverso la mia musica, nella speranza che l’ascoltatore possa fare propria questa riflessione e questo invito a cercare l’affermazione della propria libertà vivendo il bello che è in se stessi e intorno. Dunque, spero di stimolare a creare un mondo che torni ad emozionarsi, a costruire ancora bellezza e sani valori.
Gina, la ringrazio per la disponibilità e la sincerità. C’è un aspetto del “marcio” che secondo lei non viene ancora raccontato abbastanza e che meriterebbe più attenzione?
Ecco, mi piacerebbe semplicemente sottolineare l’invito a provare ad essere sempre in pace con se stessi per poter “marciare” sempre con determinazione e soprattutto a testa alta, e guardare così sempre avanti, sempre oltre, con lucidità e amore per la vita.

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