Fonte immagine: sport project
Il Prof. Raffaele De Pasquale ha visitato quattro scuole calcio. E’ stato testimone degli approcci educativi che le stesse adottano al gioco del calcio. Di seguito la sua analisi.
Raffaele De Pasquale: TRA ISTRUZIONE DIRETTIVA E APPRENDIMENTO SITUATO, ovvero LA PREOCCUPAZIONE DELLA RIPRODUZIONE DEL “GESTO CORRETTO” E LA PROMOZIONE DEGLI “AGITI INTENZIONALI” UN’ANALISI SUL CAMPO.
Così De Pasquale: “Questa settimana anche il sottoscritto ha fatto un giro per quattro scuole calcio del territorio. Tre adottano il protocollo fornito dalla FIGC, la quarta la pedagogia del gioco. Ebbene, cosa ho visto. Nelle prime tre le medesime attività, riprodotte in maniera ossequiosa, con bambini attenti a ripetere ciò che impartiva l’allenatore. Nella quarta tanta varietà e creatività. Allenatori che partendo dal gioco hanno sviluppato percorsi in relazione a ciò che emergeva dal gioco. Chi si è soffermato su una situazione , chi sulle condotte motorie, e chi su quelle tecniche. Tutti alla fine sono ritornati al gioco con positivi risultati. Come riferito in precedenza, nelle prime tre strutture sembrava quasi di assistere alla stessa seduta replicata tre volte. Stesse esercitazioni, stessi tempi, stessa organizzazione. I bambini erano attenti, ordinati, disciplinati… ma impegnati soprattutto a ripetere.»
Bambini allenati a ripetere
«Ripetere cosa?» «Quello che l’allenatore chiedeva. Movimenti, gesti tecnici, sequenze. Tutto molto pulito, per carità. Però…» «Però?» «Però mancava qualcosa. O meglio, sembrava che ci fosse poco spazio per ciò che nasce spontaneamente nel gioco. Era tutto già deciso prima.» «E nella quarta scuola?» «Un altro mondo. Appena arrivato ho avuto quasi la sensazione di disordine. Poi ho capito che non era disordine: era vita.» Mi spiego meglio: «I bambini giocavano davvero. Non eseguivano soltanto. E gli allenatori non erano lì a “imporre” esercizi, ma a osservare, analizzare quello che accadeva e intervenire di conseguenza.»
Meglio partire dal gioco
Continua De Pasquale: «Quindi niente programma?» «No, il programma c’era. Ma era flessibile. Partivano dal gioco e da lì costruivano il resto. Se emergeva una difficoltà tecnica, qualcuno si fermava su quella. Se veniva fuori una situazione interessante dal punto di vista decisionale, un altro allenatore la sviluppava. Se c’era bisogno di lavorare sulle condotte motorie, si adattava il contesto.» «Sembra più complicato così…» «No. Richiede competenze diverse. Bisogna conoscere profondamente il gioco e il bambino che gioca. Non puoi nasconderti dietro una scheda già pronta. Devi cogliere ciò che sta succedendo, in tempo reale.»
I bambini al centro
Ancora il professore: «E i bambini?» «Coinvolti. Curiosi. Creativi. Non erano semplicemente esecutori. Erano protagonisti.» «Ma alla fine imparano davvero?» «È la domanda che mi sono fatto anch’io. E la risposta è arrivata proprio alla fine della seduta.» «Cioè?» «Tutti gli allenatori, dopo aver lavorato su aspetti diversi, sono tornati al gioco. E lì si è visto tutto: i miglioramenti tecnici, le scelte più consapevoli, i movimenti più efficaci.» «Quindi il gioco come punto di partenza… e di arrivo.» «Esattamente. Non come pausa o premio, ma come cuore dell’apprendimento.»
«E le altre tre scuole?»
«Non voglio dire che lavorino male. C’è organizzazione, coerenza, una struttura chiara. Ma ho avuto la sensazione che il rischio sia quello di uniformare tutto: stessi esercizi, stessi stimoli, stessi comportamenti.» «Meno spazio all’unicità dei bambini.» «Sì. Meno spazio all’imprevisto, che poi è ciò che nel calcio conta davvero.»
«Quindi, tirando le somme?» «Direi questo: da una parte c’è un modello che garantisce ordine e replicabilità. Dall’altra un approccio che accetta la complessità e prova a trasformarla in apprendimento.»
Conclude De Pasquale

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