A cura di Raffaele Di Pasquale
“…I miei figli l’hanno visto nelle giovanili del Milan. Si parla solo di tattica. Se un ragazzo ha talento è un problema. Ma questo va contro le regole del calcio moderno.” Allenatori che non riescono a capire che lavorare nel settore giovanile è diverso dal lavorare con gli adulti. Creano lezioni accademiche convinti che qualcosa rimanga nelle teste dei giovani. Allenatori che hanno il bisogno di far vedere di saperne. Risultato? Robottini che eseguono e che non possono usare la propria testa.
Paolo Maldini.
Caro Maldini, non basta essere stati Maldini per avere ragione sul calcio. «A faccia mia sott e pier tuoje» Paolo Maldini è stato un calciatore irripetibile. Uno dei più grandi difensori della storia del calcio italiano. Un campione straordinario. Un uomo che ha rappresentato un’epoca, una maglia e un modo di interpretare il calcio che difficilmente rivedremo. Ma proprio perché è stato Paolo Maldini bisogna dirlo con chiarezza: non tutto quello che dice sul calcio diventa automaticamente vero. E soprattutto, essere stato un fuoriclasse non significa necessariamente conoscere i meccanismi attraverso i quali si forma un altro fuoriclasse. Sono due competenze diverse. Ed è una distinzione che nel calcio italiano facciamo ancora troppo poco. Caro Maldini, non basta essere stati Maldini per avere ragione sul calcio
“Non produciamo più talenti”
Maldini sostiene che tecnicamente siamo diventati un Paese che non crea più calciatori di talento e che qualcosa non funziona a livello sistemico. Su questo è difficile dargli torto. Il problema esiste. Ma quando individui la malattia, devi anche avere il coraggio di individuare correttamente la causa. E qui, invece, secondo me Maldini rischia di prendere il dito per la luna. Il problema non è il calcio moderno. Il problema è la cultura con cui, in Italia, continuiamo troppo spesso a insegnarlo. E sono due cose completamente diverse.
Il talento non è il nemico della tattica
Se un ragazzo di talento diventa “un problema” perché non rispetta esattamente quello che l’allenatore gli ha detto di fare, non abbiamo scoperto un limite del calcio moderno. Abbiamo scoperto un limite dell’allenatore. Perché il settore giovanile non dovrebbe avere come obiettivo principale quello di produrre squadre tatticamente perfette. Dovrebbe produrre calciatori migliori. Sembra una differenza semantica. Non lo è. È una differenza enorme. Il ragazzo deve imparare a leggere il gioco, non semplicemente a eseguire la lettura che qualcun altro ha già fatto per lui. Deve imparare a scegliere. Il ragazzo deve sbagliare. Deve rischiare. Il ragazzo deve provare una giocata che magari l’allenatore non avrebbe scelto. Deve perfino disobbedire, qualche volta. Perché se vogliamo calciatori capaci di risolvere problemi che nessuno ha previsto, dobbiamo permettere loro di sviluppare una testa propria. Altrimenti otteniamo esecutori. E gli esecutori, nel calcio di alto livello, non bastano.
Il grande equivoco degli allenatori delle giovanili
C’è poi un problema che riguarda direttamente la formazione degli allenatori. Troppi tecnici che lavorano con i giovani continuano a comportarsi come se stessero allenando una prima squadra. Cambiano soltanto l’età dei calciatori. Ma il principio rimane lo stesso. Spiegazione. Esercitazione. Correzione. Ripetizione. Comando. Correzione. Ripetizione. E ancora una volta: correzione. Tutto deve essere sotto controllo, deve essere spiegato. Tutto deve essere previsto.
L’allenatore deve dimostrare di sapere.
E qui arriviamo a un’altra delle grandi malattie del nostro settore giovanile: il bisogno dell’allenatore di far vedere quanto ne sa. Sedute trasformate in lezioni universitarie. Allenatori che parlano per venti minuti a ragazzi che hanno bisogno di giocare. Lavagne piene di frecce. Concetti sofisticati. Terminologia. Principi. Sottoprincipi. Sottosottoprincipi. E alla fine il ragazzo sa esattamente dove dovrebbe trovarsi. Peccato che non sappia più cosa fare quando il gioco gli presenta qualcosa che non era sulla lavagna.
Il calcio non è una lezione di anatomia
Il calcio è un gioco di percezione, decisione e adattamento. La situazione cambia continuamente. L’avversario si muove. Il compagno si muove. Lo spazio compare e scompare. La soluzione che avevi immaginato trenta secondi prima non esiste più. E allora cosa deve fare il calciatore? Aspettare che l’allenatore gli dica cosa fare? No. Deve pensare. E la capacità di pensare non si sviluppa attraverso il controllo permanente dell’allenatore. Si sviluppa mettendo il giocatore davanti a problemi che deve imparare a risolvere. È questa la grande differenza tra insegnare il calcio e insegnare una serie di comportamenti calcistici.
Il risultato? Calciatori tutti uguali
Ed è qui che il sistema italiano rischia di produrre il suo paradosso più grande. Abbiamo paura che i ragazzi sbaglino. Allora correggiamo. Abbiamo paura che perdano palla. Allora chiediamo di giocare semplice. Abbiamo paura che escano dalla struttura. Allora li riportiamo dentro. Abbiamo paura che improvvisino. Allora spieghiamo prima la soluzione. Abbiamo paura del caos. E così eliminiamo proprio quello che dovremmo coltivare: la capacità di trovare una soluzione nel caos. Alla fine abbiamo ragazzi ordinati. Educati tatticamente. Disciplinati. Ma spesso terribilmente simili tra loro. Una fabbrica di calciatori standardizzati. E poi ci sorprendiamo perché non nasce più il nuovo grande talento.
Caro Paolo, il tuo passato non è una metodologia
Ed è qui che mi permetto di essere ancora più diretto con Maldini. Il fatto che tu sia stato un giocatore straordinario non rende automaticamente straordinaria ogni tua analisi sul settore giovanile. La tua esperienza è preziosa. La tua osservazione merita ascolto. Ma l’esperienza non è una metodologia. E aver giocato ad altissimo livello non significa necessariamente sapere come si insegna a un bambino di dieci, dodici o quattordici anni a diventare un calciatore. Sono competenze differenti. Un chirurgo eccellente non diventa automaticamente un ottimo insegnante di medicina. Un musicista straordinario non diventa necessariamente un grande maestro. E un fuoriclasse del calcio non diventa automaticamente un’autorità pedagogica. Non è un’offesa. È semplicemente la realtà.
E allora no, non è il “calcio moderno”
Il passaggio che contesto maggiormente è proprio questo: l’idea che il problema sia una sorta di deriva del calcio moderno. No. Il calcio moderno, semmai, ci chiede ancora più giocatori capaci di pensare. Più velocità significa meno tempo. Meno tempo significa più capacità percettiva. Più complessità significa più capacità decisionale. Più organizzazione collettiva significa più bisogno di giocatori capaci di interpretare ciò che accade fuori dallo schema. Il calcio moderno non ha bisogno di meno talento. Ha bisogno di talento più intelligente. E il talento intelligente non nasce da un sistema che decide tutto al posto del giocatore. Nasce da un ambiente che insegna al giocatore a decidere.
Il vero problema è culturale
Il ritardo italiano è qui. Non da oggi. Abbiamo costruito una cultura nella quale l’allenatore viene spesso valutato per quanto è bravo a controllare. E invece, nel settore giovanile, dovrebbe essere valutato anche per quanto è bravo a lasciare spazio. Spazio all’errore, alla creatività, all’iniziativa, all’individualità. Spazio persino alla disobbedienza intelligente. Perché un ragazzo che non sbaglia mai probabilmente non sta provando abbastanza. E un allenatore che corregge ogni errore probabilmente sta imparando più lentamente del ragazzo che dovrebbe allenare.
Investire sul gioco, non sull’addestramento
Se vogliamo davvero cambiare il calcio italiano, dobbiamo smettere di inseguire la perfezione tattica nei bambini. Dobbiamo investire sul gioco. Sul tempo passato con il pallone. Sulla tecnica dentro situazioni reali. Sul duello. Sull’1 contro 1. Sulla capacità di riconoscere gli spazi, sulla libertà di scegliere, di sbagliare e riprovare. Sulla formazione di allenatori che conoscano la differenza fondamentale tra allenare una squadra e formare un giocatore. Perché un settore giovanile non deve essere una fabbrica di risultati. Deve essere una fabbrica di possibilità. E il compito dell’allenatore non è dimostrare al ragazzo quanto è bravo lui. È fare in modo che, un giorno, quel ragazzo diventi più bravo di lui. Questa dovrebbe essere la vera ambizione. Perciò, caro Paolo, massimo rispetto per il Maldini calciatore. Ma proprio perché hai avuto il privilegio di essere uno dei più grandi, permettimi una libertà che nel calcio italiano spesso manca: possiamo ascoltarti senza necessariamente essere d’accordo con te.
E forse è proprio questo che dovremmo insegnare ai nostri ragazzi. Non a obbedire. A pensare. Perché il futuro del calcio italiano non lo costruiremo con undici giocatori che eseguono perfettamente ciò che qualcuno ha detto loro di fare. Lo costruiremo quando torneremo ad avere ragazzi capaci di fare in campo qualcosa che nessuno aveva detto loro di fare. Quello si chiama talento. E quello, prima ancora che una questione di tattica, è una questione di cultura.
