Fonte foto: Wikipedia
Un ex detenuto ribalta il maxiprocesso del 6 aprile 2020: secondo la sua versione, le lesioni denunciate dai reclusi sarebbero state autoinflitte per incastrare la Polizia Penitenziaria.
Il maxiprocesso sulle violenze a Santa Maria Capua Vetere cambia improvvisamente direzione. Nell’aula bunker del penitenziario casertano, dove da anni si tenta di ricostruire la giornata del 6 aprile 2020, un ex detenuto rompe gli schemi e porta una versione che ribalta tutto: non una rappresaglia, non un pestaggio di massa, ma un piano studiato dai reclusi per incastrare la Polizia Penitenziaria. Una tesi che, se trovasse riscontri, riscriverebbe uno dei casi più discussi della storia carceraria recente.
La testimonianza che spacca il processo
L’uomo, chiamato dalla difesa, entra in aula con il volto teso e una richiesta che pesa come un macigno: anonimato totale. Dice di temere ritorsioni, ricorda di aver già denunciato traffici di droga e telefoni nelle celle. È un dettaglio che introduce subito il contesto: un carcere dove chi parla rischia, dove gli equilibri interni sono fragili e dove la parola “collaboratore” può diventare una condanna.
Secondo il suo racconto, molte delle lesioni denunciate dai detenuti dopo la perquisizione straordinaria sarebbero state autoinflitte. L’ex piantone sostiene di aver ascoltato conversazioni compromettenti nel reparto Danubio, dove prestava servizio e dove erano stati trasferiti quindici reclusi considerati “facinorosi”. Racconta di averli sentiti discutere apertamente della necessità di accusare le guardie, di essersi bruciati la barba da soli, di aver inventato il racconto dei manganelli. Una messinscena, dice, costruita per colpire le divise e ottenere vantaggi.
Il cuore dell’accusa: la regia del presunto complotto
Il punto più esplosivo della sua deposizione riguarda la presunta concertazione delle versioni da fornire ai magistrati. L’ex detenuto parla di un gruppo che, prima degli interrogatori, si accordava su cosa dire e, al rientro, confrontava i verbali per mantenere coerenza. Una dinamica che, se confermata, metterebbe in discussione decine di testimonianze e l’intero impianto accusatorio contro i 105 imputati, tra agenti, funzionari del Dap e personale sanitario.
La difesa lo presenta come un uomo che non ha nulla da guadagnare e molto da perdere. L’accusa, inevitabilmente, ne contesterà la credibilità, ricordando che la sua è una voce isolata rispetto a centinaia di denunce, referti medici, immagini di videosorveglianza e atti già acquisiti. Ma il suo racconto, comunque lo si giudichi, introduce una crepa profonda nella narrazione ufficiale.
La battaglia delle versioni e il nodo della credibilità
Il processo si trova ora davanti a un bivio. Da una parte la ricostruzione della Procura, che parla di una “orribile mattanza” e di un’azione punitiva condotta da quasi 300 agenti in assetto antisommossa. Dall’altra una testimonianza che ribalta tutto e introduce l’ipotesi di un complotto interno, un patto tra detenuti per manipolare l’inchiesta.
La Corte dovrà valutare non solo i fatti, ma il contesto in cui quei fatti sono stati raccontati. In un carcere dove le alleanze cambiano, dove la paura pesa più dei verbali, distinguere verità, convenienza e intimidazione diventa un esercizio chirurgico. La deposizione dell’ex piantone non chiude il caso: lo riapre, lo complica, lo rende ancora più torbido. E costringe tutti a chiedersi se, dietro le violenze a Santa Maria Capua Vetere, ci sia una verità più stratificata di quanto finora emerso.
