Non è la politica nello sport. È la prepotenza del potere
Ogni volta che politica e sport si incontrano, si alza puntualmente il coro di chi invoca la loro assoluta separazione. È una formula rassicurante, ma falsa. La storia dimostra esattamente il contrario.
Lo sport non vive in una bolla. È un fenomeno sociale, economico, culturale e persino geopolitico. Le grandi competizioni sono strumenti di diplomazia, di costruzione del consenso, di affermazione identitaria. La politica finanzia gli impianti, disciplina il sistema sportivo, promuove l’inclusione, combatte le discriminazioni e tutela l’interesse pubblico. Pretendere che politica e sport non abbiano alcun rapporto significa ignorare la realtà.
Il problema, quindi, non è questo.
Il problema nasce quando il potere politico non dialoga con lo sport, ma pretende di comandarlo.
Se fosse confermato che Donald Trump abbia imposto al presidente della FIFA, Gianni Infantino, di eliminare una squalifica, non saremmo di fronte all’ennesima interferenza della politica nello sport. Saremmo davanti a qualcosa di molto più grave: l’affermazione di una concezione proprietaria del potere.
È la convinzione che la forza politica possa sostituirsi alle regole.
l’idea che l’autorevolezza derivi non dalle istituzioni, ma dalla capacità di piegare le istituzioni alla propria volontà.
È la tracotanza elevata a metodo di governo.
Non è un episodio isolato. È il riflesso di una cultura politica che interpreta ogni rapporto internazionale come un rapporto di forza, ogni organismo autonomo come un soggetto da condizionare, ogni regola come un ostacolo negoziabile se si dispone di sufficiente potere.
È questa la cifra più inquietante del nuovo corso politico incarnato da Trump: non la ricerca dell’influenza, che è fisiologica in ogni relazione tra Stati, ma la pretesa che nessuno possa opporsi alla volontà dell’amministrazione americana. Una logica che richiama il volto più arrogante dell’imperialismo contemporaneo, nel quale il diritto rischia di essere subordinato alla convenienza del più forte.
È qui che bisogna essere chiari.
Perché se oggi un presidente può ottenere la revoca di una sanzione sportiva, domani qualcun altro pretenderà di influenzare arbitri, federazioni, organismi disciplinari o competizioni internazionali. Quando il precedente diventa normalità, l’autonomia dello sport cessa di esistere.
Per questo la reazione avrebbe dovuto essere molto più netta.
Le federazioni, le società sportive, gli atleti e perfino le nazionali avrebbero dovuto interrogarsi se una competizione possa conservare la propria credibilità quando le sue decisioni sembrano dipendere dalla volontà di un capo di Stato anziché dall’applicazione delle regole. In un mondo nel quale l’autonomia delle istituzioni sportive fosse realmente considerata un valore, una riflessione collettiva — anche sulla partecipazione alla competizione — sarebbe stata non solo legittima, ma doverosa.
Difendere l’autonomia dello sport non significa rivendicare uno sport senza politica. Significa difendere uno sport senza padroni.
Perché la politica democratica governa attraverso le regole. La prepotenza, invece, governa imponendo eccezioni.
Ed è sempre da lì che comincia il declino delle istituzioni.
A cura del prof, Raffaele Di Pasquale

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