La vicenda di Mario Roggero resterà tra le più controverse degli ultimi anni nel dibattito italiano sulla legittima difesa. La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione nei confronti del gioielliere di Grinzane Cavour, ritenuto responsabile dell’uccisione di due rapinatori e del ferimento di un terzo dopo l’assalto al suo negozio del 28 aprile 2021. Pochi minuti prima di costituirsi in carcere, Roggero ha affidato ai social un messaggio di saluto ai propri sostenitori, definendo quella condanna “un ergastolo” per la sua età e chiedendo che altri portino avanti la battaglia per una legge che, a suo giudizio, tuteli maggiormente chi è vittima della criminalità.
Da quel momento il Paese si è diviso: da una parte i pro Roggero dall’altro i contro
C’è chi considera Roggero un uomo che ha difeso sé stesso e la propria famiglia; c’è poi chi ricorda che uno Stato di diritto non può ammettere che la legittima difesa si trasformi in una reazione senza limiti. Da una parte la destra dall’altra la sinistra italiana. Compagini politiche che si contendono il consenso elettorale, come sempre, sciacallando probabilmente su un fatto di cronaca, che, sotto troppi aspetti, è una triste vicenda che mette in risalto problemi sociali evidenti in un Paese sempre più insicuro e meno garante.
Due pesi e due misure a seconda del Caino di turno?
Resta però una questione che accompagna spesso i casi di cronaca giudiziaria: esistono davvero due pesi e due misure a seconda del “Caino” di turno? Quando l’imputato appartiene alla media o alta borghesia italiana, quando è un commerciante, un professionista, un uomo conosciuto nella propria comunità, si moltiplicano gli appelli alla grazia, gli attestati di solidarietà, le raccolte firme. Quando invece l’autore di un reato è uno straniero, il dibattito pubblico assume spesso toni diversi e la richiesta prevalente diventa quella della massima severità. Sono percezioni diffuse in una parte dell’opinione pubblica e meritano di essere affrontate senza ipocrisie. Allo stesso tempo, però, non si può attribuire automaticamente alle decisioni della magistratura il peso dell’identità sociale, economica o nazionale dell’imputato. La risposta, sul piano dei principi, dovrebbe essere una sola: l’Italia non deve essere un Paese che giudica in base al colore della pelle, alla provenienza o al ceto sociale. Deve essere un Paese giusto, capace di garantire gli stessi diritti e gli stessi doveri a tutti, senza eccezioni.
Il diritto alla sicurezza non può essere un principio astratto
C’è però un’altra verità che non può essere ignorata. I cittadini hanno diritto alla sicurezza e all’incolumità personale. Chi ogni mattina apre un negozio, investe i propri risparmi, lavora per mantenere la propria famiglia non può vivere con la costante paura di essere rapinato. Uno Stato credibile deve essere il primo garante della sicurezza dei propri cittadini. Quando questa percezione viene meno, cresce inevitabilmente la tentazione di pensare che ciascuno debba provvedere da sé alla propria difesa. È una deriva pericolosa, ma nasce da un disagio reale che la politica e le istituzioni non possono liquidare come semplice emotività. Ed è proprio questa la sconfitta impartita al moderno ed odierno sistema di diritti che non è capace di garantire il più importante fra gli stessi, il diritto alla saluta ed alla propria incolumità e di quella dei più cari, finanche il diritto al lavoro.
La legittima difesa di Roggero non può diventare il Far West
Detto questo, esiste un limite che uno Stato di diritto non può oltrepassare. Riconoscere il diritto di difendersi non significa legittimare il diritto di vendicarsi. Una società civile non può trasformarsi in un Far West nel quale ciascuno decide autonomamente quando una minaccia è cessata e quando invece sia ancora lecito continuare a sparare. Se il confine tra difesa e vendetta dovesse scomparire, verrebbe meno uno dei principi fondamentali della convivenza civile: il monopolio della forza da parte dello Stato. Per questo motivo la legittima difesa deve continuare ad avere limiti precisi, anche se quei limiti possono e devono essere oggetto di un confronto politico e culturale.
Il caso Roggero non è un caso qualsiasi
Proprio per questo è necessario frenare i commenti affrettati e guardare con attenzione alla vicenda concreta. Mario Roggero non è il protagonista di un caso astratto studiato sui libri di diritto. È un uomo anziano che aveva subito rapine, che lavorava da una vita e che, quel giorno, si è trovato nuovamente di fronte a uomini armati all’interno della propria attività. In condizioni simili non è semplice stabilire il momento esatto in cui termina la paura. Né è facile pretendere che una persona sottoposta a uno stress estremo mantenga la lucidità con cui, a distanza di anni, un giudice ricostruisce i fatti attraverso video, consulenze e testimonianze. Sono elementi che non cancellano la responsabilità penale accertata dai tribunali, ma aiutano a comprendere la complessità umana di una vicenda che difficilmente può essere ridotta a uno slogan politico, ad un tema di dibattito nei pregiati salotti televisivi cannibali verso situazioni ed episodi simili.
Dura lex, sed lex. Ma la pena deve sempre essere eseguita, anche per Roggero?
La legge è la legge. E in uno Stato di diritto le sentenze definitive si rispettano. Questo principio non può essere messo in discussione. Ma proprio perché la giustizia non coincide con la sola applicazione meccanica della norma, resta un ultimo punto da considerare. Un uomo che ha superato gli ottant’anni deve necessariamente trascorrere in carcere gli anni che gli restano da vivere? La questione non riguarda la colpevolezza, ormai definitivamente accertata, né la correttezza della condanna pronunciata dai giudici. Riguarda piuttosto la funzione stessa della pena. Quale interesse concreto dello Stato viene perseguito dall’esecuzione carceraria nei confronti di una persona così anziana che ha agito per tali motivazioni? Quale finalità rieducativa, preventiva o di tutela della collettività può realisticamente essere raggiunta?
…conclusioni sul caso Roggero
E’ ovvio che chi scrive è ben consapevole che necessariamente chi sbaglia deve pagare e non fuggire dalle proprie responsabilità. Tuttavia ci si chiede, che funzione potrebbe avere una reclusione adesso nei confronti di un lavoratore che evidentemente ha agito in preda allo sconforto più totale capace di annebbiare mente e giudizio. Ci si chiede. Saremmo tutti davvero capaci di mantenere equilibrio e lucidità se in pericolo gratuito vengono catapultati i nostri affetti più cari? Sono interrogativi che il nostro ordinamento si pone ogni volta che affronta il delicato equilibrio tra giustizia, umanità e funzione della pena. Perché la forza di uno Stato di diritto non si misura soltanto nella capacità di condannare, ma anche nella capacità di interrogarsi sul significato della pena e sulla sua concreta utilità nei singoli casi.
