Tempo fa lessi , consigliatomi da Masullo,“Tacito dissenso” di Giulio Maria Chiodi
E se allora ne colsi soprattutto il significato filosofico e politologico, a distanza di molti anni mi accorgo che quel libro ha finito per descrivere anche una parte non marginale del mio modo di pormi di fronte al potere: non tanto al potere in astratto, quanto a quello che incide su tutto il mondo calcistico.
Non ho mai ritenuto, infatti, che il dissenso dovesse necessariamente tradursi in appartenenza all’opposizione
Così come non ho mai pensato che il consenso elettorale attribuisse a chi governa una sorta di patente generale di correttezza destinata a riverberarsi automaticamente su ogni scelta successivamente compiuta; si governa, certamente, perché si è ricevuto un mandato a governare, ma ogni singolo atto conserva una propria autonomia e, proprio per questo, deve poter essere autonomamente osservato, compreso, valutato e, ricorrendone le ragioni, criticato.
È qui che, probabilmente, ritrovo il significato più attuale del mio personale tacito dissenso:
Se è vero che l’istituzione deve poter governare e che l’esercizio della funzione implica necessariamente l’assunzione di decisioni, è altrettanto vero che il potere di decidere non può trasformarsi nella fonte della propria legittimazione sostanziale, quasi che una determinata scelta debba ritenersi corretta per il solo fatto di essere stata assunta da chi era formalmente titolato ad adottarla; ben diversi, infatti, sono il piano della competenza ad agire e quello della qualità, della ragionevolezza, della coerenza e, soprattutto, della concreta rispondenza all’interesse generale.
Da ciò discende quella esigenza di distanza che ho sempre avvertito nei confronti del potere e che non significa né ostilità né opposizione preconcetta, ma, molto più semplicemente, rifiuto di quel meccanismo per cui il giudizio sull’atto finisce per dipendere dal giudizio su chi lo ha adottato: una delibera, un affidamento o una scelta organizzativa devono poter essere letti per ciò che effettivamente dispongono, nei loro presupposti, nelle motivazioni che li sorreggono e negli effetti che concretamente producono, senza che l’appartenenza preventiva ad uno schieramento debba già suggerire la conclusione cui pervenire.
Né, per converso, avrebbe senso sostituire ad un conformismo un conformismo di segno opposto:
Una scelta corretta resta tale anche quando proviene da chi non condividiamo; una scelta criticabile non acquista maggiore consistenza per il solo fatto di provenire da chi abbiamo sostenuto. Ed è proprio in questa autonomia del giudizio, sottratta tanto alla fedeltà quanto all’avversione preconcetta, che colloco il senso del dissenso che mi interessa.
Non, dunque, il bisogno di essere contro qualcuno, né la ricerca sistematica della contrapposizione, ma l’indisponibilità a delegare ad altri il proprio giudizio, nella convinzione che il rapporto più libero con il potere sia quello di chi riesce a conservarsi una distanza sufficiente per osservarlo, valutarlo e, quando occorre, dissentire.
Forse è proprio questo ciò che, tanti anni dopo, mi è rimasto più profondamente di “Tacito dissenso”: il potere, per sua stessa natura, ricerca consenso; la libertà, cionondimeno, comincia dalla capacità di conservare uno spazio nel quale il giudizio resti proprio.
A cura del prof, Raffaele Di Pasquale
