
Il 18 settembre 2026, il Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova ha annunciato che, da oggi, ogni fedele può decidere secondo la propria coscienza se accettare globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine provenienti dal sangue di un’altra persona.
Per decenni, però, anche questi componenti erano considerati incompatibili con il comando biblico di “astenersi dal sangue”.
E allora una domanda è inevitabile: che cosa succede alle persone che, negli anni passati, hanno rifiutato questi trattamenti perché convinte che Dio lo richiedesse?
E che cosa possiamo dire alle famiglie che hanno perso una persona cara in circostanze nelle quali una trasfusione avrebbe potuto essere presa in considerazione?
Non possiamo affermare che ogni morte sarebbe stata evitata, perché ogni caso medico è diverso. Ma non possiamo nemmeno ignorare il fatto che queste convinzioni abbiano influenzato concretamente decisioni mediche e, in alcuni casi, la vita stessa delle persone.
La questione, quindi, va oltre il semplice “cambiamento di una regola”.
Quando una decisione sanitaria viene collegata all’obbedienza religiosa, alla coscienza e alle conseguenze spirituali, quanto è realmente libera quella scelta?
E quale responsabilità ha un’autorità religiosa quando una posizione che per anni ha condizionato decisioni mediche viene successivamente modificata?
Le persone che sono morte non possono tornare indietro. Le loro famiglie non possono riavere un figlio, una madre, un padre o un fratello.
Per questo, una notizia del genere non dovrebbe passare in silenzio.
Non per attaccare la fede di qualcuno, ma per parlare di libertà, coscienza, consenso e responsabilità.
Perché quando una dottrina religiosa può influenzare una decisione che riguarda la vita e la morte, non stiamo parlando soltanto di religione.
