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Carceri calabresi sotto pressione: telefoni, droga e armi bianche alimentano il controllo criminale e mettono alla prova lo Stato.
Ieri sera ho letto sul Corriere della Calabria una riflessione dell’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà. Tengo molto a ospitare periodicamente il suo punto di vista nei miei editoriali. Le sue parole mi fanno riflettere e spesso mi spingono a pormi nuove domande, a cui non sempre è facile trovare risposta. Il tema che affronta non è un dettaglio tecnico né un episodio isolato. Riguarda la tenuta stessa dello Stato nei luoghi in cui dovrebbe essere più forte.

La Garante scrive:
Un telefono cellulare che entra illegalmente in un carcere non è una semplice falla nel sistema di sicurezza. È un filo invisibile, ma robustissimo, che ripristina il cordone ombelicale tra il criminale detenuto e la sua cosca all’esterno. Le recenti indagini sul carcere di Cosenza – con ipotesi di introduzione di smartphone e droga – riaccendono i fari su un’emergenza che paralizza il sistema penitenziario calabrese. Un tema che non può essere derubricato a mera cronaca giudiziaria. Fermo restando il massimo rispetto per il lavoro della magistratura e il principio della presunzione d’innocenza, dobbiamo essere chiari: Cosenza non è assolutamente un caso isolato. Le dinamiche emerse nel cosentino ricalcano situazioni già registrate negli istituti di Rossano, Crotone, Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria. Non parliamo di problemi circoscritti a singole strutture, ma di una pressione criminale costante. Le organizzazioni mafiose cercano varchi nei luoghi di custodia dello Stato perché, per loro, la detenzione non rappresenta la rottura dei legami, ma un’occasione per rafforzarli e affiliare i più deboli. La vera sfida dello Stato contemporaneo si gioca su pochi centimetri di tecnologia. Il cellulare, di fatto, annulla l’isolamento penitenziario. È una vera arma invisibile. In un piccolo dispositivo si concentra la capacità di mantenere relazioni, gestire traffici illeciti e coordinare attività criminali. Le mafie possiedono una rapidità di adattamento impressionante e un enorme potere economico, che sfruttano per infiltrarsi ovunque vi sia una vulnerabilità. Il rischio, se non si interviene, è che i boss continuino a gestire i rapporti di forza all’interno delle sezioni, imponendo la propria legge a discapito dei detenuti più fragili. Il carcere riflette la società. Quando in un territorio la criminalità organizzata è radicata, è inevitabile che tenti di mantenere il controllo anche dietro le sbarre. Serve un’azione di sistema interistituzionale dentro/fuori a maggior supporto dell’importante attività quotidiana che l’Amministrazione Penitenziaria, le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, svolgono nel garantire sicurezza e giustizia.
Queste parole non hanno bisogno di interpretazioni: descrivono un fenomeno che in Calabria conosciamo fin troppo bene. L’ingresso illecito di telefoni e droga è solo la punta dell’iceberg.
A questo si aggiunge un altro elemento, spesso sottovalutato ma altrettanto allarmante: la presenza di armi bianche o oggetti atti a offendere, rinvenuti in diversi istituti della regione. È un segnale chiaro di un controllo criminale che non si limita ai contatti con l’esterno. Si esercita anche all’interno, attraverso intimidazioni, gerarchie parallele e forme di violenza sotterranea.
Il carcere, in teoria, dovrebbe essere il luogo in cui lo Stato riafferma la propria autorità. In Calabria, troppo spesso, diventa invece il luogo in cui si misura la capacità delle organizzazioni mafiose di infiltrarsi, adattarsi, sfruttare ogni vulnerabilità. E quando un telefono diventa un’arma invisibile, quando la droga circola come merce di scambio, quando un oggetto affilato può decidere i rapporti di forza tra detenuti, allora la detenzione perde la sua funzione rieducativa e si trasforma in un’estensione del potere criminale.
Ed è qui che lo Stato deve assumersi una responsabilità che non può più essere rimandata. Chi lavora ogni giorno a contatto con i detenuti — agenti, educatori, funzionari, operatori sanitari — non può essere lasciato solo. Non è semplice gestire la vita penitenziaria di individui che provengono da cosche radicate, portatori di codici, pressioni e dinamiche che non si spengono con una condanna. Pretendere che il personale penitenziario faccia tutto da solo significa ignorare la complessità del fenomeno e, in fondo, abbandonare lo Stato stesso nei suoi luoghi più delicati.
Servono risorse, strumenti tecnologici adeguati, organici completi, formazione continua, protocolli chiari e un coordinamento reale tra istituzioni. Serve riconoscere che la sicurezza non si garantisce solo con le sbarre, ma con una presenza dello Stato capace di essere più forte, più attrezzata e più lungimirante delle organizzazioni criminali che tenta di contrastare.
Perché ciò che accade dietro le sbarre non resta mai dietro le sbarre: riflette, amplifica e condiziona ciò che accade fuori. E uno Stato che non sostiene chi lavora nelle carceri è uno Stato che indebolisce se stesso.
