Una lettura sistemica che ridefinisce portualità, sviluppo territoriale e ruolo euromediterraneo del Mezzogiorno.
L’Economia del mare si impone oggi come una delle categorie più innovative per interpretare la trasformazione dei sistemi produttivi e la ridefinizione del ruolo del Mezzogiorno nello spazio euromediterraneo. Non più settore, ma architettura complessiva, capace di integrare logistica, industria, infrastrutture e politiche di coesione in un’unica visione sistemica. È questa la prospettiva che attraversa il saggio di Francesco Fimmanò, Economia del mare, sistema portuale e sviluppo del Mezzogiorno nello spazio euromediterraneo, un lavoro che affronta con rigore scientifico uno dei temi più densi di implicazioni per il diritto dell’economia.
L’economia del mare, nella sua dimensione sistemica, rappresenta la forma contemporanea attraverso la quale si realizza la territorializzazione dei flussi globali. È un passaggio che restituisce con chiarezza la portata del fenomeno: il mare come infrastruttura economica primaria, come spazio in cui i movimenti internazionali di merci, energia e capitale vengono intercettati, organizzati e trasformati in valore localizzato.
Il Mezzogiorno tra incompiutezza storica e nuova centralità
La storia economica del Mezzogiorno appare, nella lettura di Fimmanò, come un tentativo incompiuto di costruire una piattaforma logistica integrata. L’intervento straordinario del secondo dopoguerra aveva avviato un processo di convergenza, ma la mancata integrazione tra porti, retroporti e sistemi produttivi ha impedito la piena territorializzazione dei flussi globali. La globalizzazione avrebbe potuto trasformare il Sud in una piattaforma naturale tra Europa e Mediterraneo; al contrario, la frammentazione delle politiche e la debolezza delle connessioni retroportuali hanno favorito la crescita di sistemi portuali concorrenti.
Oggi, tuttavia, la riorganizzazione delle catene globali del valore e la ricerca di prossimità e resilienza riportano il Mediterraneo al centro delle dinamiche economiche. Il Mezzogiorno torna così a essere un nodo strategico, a condizione che sappia dotarsi di una governance unitaria e di un sistema infrastrutturale coerente.
ZES Unica: dalla frammentazione alla politica industriale integrata
In questo scenario si colloca la ZES Unica, profondamente riformata nel biennio 2025–2026. Non più misura fiscale isolata, ma dispositivo complesso di politica industriale territorializzata, capace di integrare incentivi, semplificazioni e pianificazione infrastrutturale. La stabilizzazione del credito d’imposta fino al 2028, l’ampliamento del perimetro territoriale e l’introduzione di un sistema procedurale bifasico segnano un cambio di paradigma: lo strumento diventa leva strutturale per orientare la localizzazione degli investimenti.
La ZES Unica si configuri come il tentativo più avanzato di costruire una piattaforma logistica integrata nel Mezzogiorno. È una definizione che restituisce la portata sistemica dell’intervento: non un incentivo, ma un’architettura di sviluppo.
Porti, retroporti e concessioni: la nuova geografia del valore
La riconfigurazione dell’Economia del mare impone una lettura del sistema portuale come rete integrata, nella quale la relazione tra porto e retroporto diventa decisiva. Le concessioni demaniali non sono più meri atti patrimoniali, ma strumenti di politica economica attraverso cui selezionare operatori capaci di generare valore, occupazione e investimenti coerenti con le esigenze del sistema logistico.
La debolezza storica delle connessioni retroportuali meridionali rappresenta il nodo irrisolto: senza corridoi logistici efficienti, il valore generato dai traffici si disperde lungo le catene globali. La ZES Unica può contribuire a colmare questo divario, ma solo se integrata con una strategia infrastrutturale coerente.
Transizione energetica: il porto come piattaforma del futuro
La trasformazione dei porti in hub energetici rappresenta una delle frontiere più avanzate dell’Economia del mare. Idrogeno, ammoniaca, biocarburanti e nuovi vettori a basse emissioni richiedono infrastrutture dedicate, investimenti significativi e una revisione delle modalità di utilizzo delle aree demaniali. La transizione energetica non è un vincolo, ma un’opportunità per il Mezzogiorno, che può diventare piattaforma strategica nel Mediterraneo grazie alla sua posizione e alla disponibilità di spazi portuali.
Un paradigma per il futuro del Paese
L’Economia del mare emerge, nel lavoro di Fimmanò, come paradigma ordinante del diritto dell’economia: un modello capace di integrare infrastrutture, industria, politiche pubbliche e sviluppo territoriale. È una prospettiva che restituisce al Mezzogiorno il suo ruolo naturale di piattaforma logistica ed energetica e che invita a superare definitivamente la frammentazione delle politiche per costruire una strategia unitaria, competitiva e sostenibile.
L’ingresso di Francesco Fimmanò nel Comitato Scientifico di Nautilus Lab rappresenta, in questo quadro, un arricchimento di assoluto rilievo: un contributo che rafforza la capacità del Laboratorio di leggere le trasformazioni economiche con rigore, profondità e visione sistemica.
