La decima giornata del campionato di Serie A ha confermato un copione vecchio quanto il calcio italiano, capace di resistere all’usura del tempo, al cambio delle mode e persino all’avvicendamento dei vertici. Malgrado il tanto sbandbandierato cambio di passo e l’arrivo di Daniele Orsato alla guida della designazione arbitrale, il bollettino del fine settimana è stato nuovamente condizionato da decisioni arbitrali altamente discutibili. Episodi che alimentano il tarlo del dubbio nei tifosi di ogni latitudine sulla reale trasparenza e sull’uguaglianza di trattamento tra i club della massima serie.
Nel mirino della critica ci sono in particolare le direzioni di gara che hanno segnato due sfide delicate: Como-Venesia (terminata 1-0) e Frosinone-Torino (chiusa sul 2-0). Due club neopromosse, il Venezia e il Frosinone, pesantemente penalizzate da sviste macroscopiche e da decisioni a senso unico che non possono essere liquidate come semplici incidenti di percorso, senza tralasciare le clamorose omissioni e i silenzi assordanti della sala VAR.
Il doppiopesismo mediatico e il caso Venezia
La cosa più triste, in questo teatrino periodico, è assistere all’indignazione a corrente alternata degli organi di informazione, pronti a stracciarsi le vesti con titoloni a nove colonne solo quando a recriminare sono le cosiddette “big” del nostro campionato o quelle società che vantano un feeling speciale con i poteri mediatici. Quando a pagare dazio sono i club di minor blasone, calpestati nei loro sforzi e nei loro investimenti, il rumore si affievolisce fino a diventare un fastidioso sottofondo.
Eppure la realtà è lampante. Un errore tecnico grave resta tale, indipendentemente dalla maglia che lo subisce. Lo stesso Venezia, peraltro, non è nuovo a simili trattamenti, essendo già stato severamente danneggiato nel corso della precedente giornata nella sfortunata gara interna persa contro l’Inter.
Orsato e la continuità del sistema: chi sbaglia, fa carriera
L’avvento di Daniele Orsato alla guida degli arbitri, a conti fatti, non ha portato alcuna rivoluzione strutturale o culturale. L’impressione netta è che non sia cambiato assolutamente nulla: le polemiche feroci, i veleni e le scorie che accompagnavano la gestione precedente sono esattamente gli stessi. Il sistema mostra i medesimi difetti di fondo.
Ma nel palazzo si sa come girano le cose: chi vuole fare carriera, chi punta alle categorie e alle partite internazionali che contano, sa perfettamente quali direzioni prendere e quali errori “strategici” commettere, specie in determinate gare e contro determinate avversarie. Sbagliare a favore o chiudere un occhio nei momenti clou garantisce continuità e avanzamenti nei ranghi; fare il contrario significa rischiare il congelamento. E questo, i direttori di gara, non possono e non vogliono permetterselo.
Condanna totale per il sessismo, ma il diritto alla protesta è sacro
Nel tracciare il bilancio di una giornata storta, è doveroso tracciare una linea di demarcazione netta. Da un lato va espressa una condanna ferma, totale e senza attenuanti per le deprecabili offese sessiste ricevute dall’arbitro di Como-Venezia, episodi incivili che non c’entrano nulla con lo sport e che vanno estirpati dagli stadi.
Dall’altro, tuttavia, non si può criminalizzare la protesta civile e la rabbia sacrosanta dei tifosi e dei club contro arbitraggi lampanti e inaccettabili, come la mancata concessione di un rigore solare ed evidente negato al Venezia. Se chi scende in campo sbaglia con questa regolarità scientifica, la contestazione non è un reato: è l’unico strumento rimasto per difendere la dignità di un intero campionato.
