Foto: GBT
“Giovedì in Corsia”: una vita tra le mie mani
Era un normale pomeriggio d’estate. In reparto regnava quella calma apparente che chi lavora in corsia conosce bene: pazienti che passeggiano lentamente nei corridoi, qualche chiacchiera tra una stanza e l’altra e la routine che scandisce il turno.
Come ogni sera, mi preparavo alla distribuzione della terapia prima della cena. Guanti, mascherina, capelli raccolti al volo e carrello pronto. Entravo nelle stanze con il mio solito sorriso: “Buonasera, ecco le vostre immancabili caramelle delle 18”, scherzavo consegnando farmaci e insulina.
Poi, all’improvviso, il silenzio si è spezzato.
Dalla stanza 406 una voce disperata ha attraversato il corridoio: “Aiuto! Mia madre sta soffocando!”
In quell’istante il tempo ha cambiato ritmo. L’adrenalina ha preso il sopravvento e ho iniziato a correre senza nemmeno rendermene conto. Entrata in camera, ho trovato la paziente seduta sul letto, mentre tossiva con difficoltà. Ho cercato di rassicurare la figlia e le ho chiesto di chiamare immediatamente qualche collega.
Poi è successo ciò che temevo.
La tosse si è fermata.
Il silenzio che ne è seguito è stato assordante. Il volto della signora iniziava a diventare cianotico e gli occhi di chi era nella stanza erano pieni di paura. In quei momenti non c’è spazio per il panico: bisogna agire.
Ho abbassato le spondine del letto, mi sono posizionata dietro di lei e ho iniziato a praticare la manovra di Heimlich.
Passavano i secondi, ma a me sembravano ore. Fuori era una giornata estiva, ma io sentivo addosso un caldo soffocante. Avevo una sola certezza che continuava a rimbalzarmi nella mente:
“Non posso avere paura. Devo restare lucida.”
Ho continuato.
Ancora una volta.
E poi un’altra.
Finché, proprio quando iniziavo a temere il peggio, ho visto il corpo estraneo fuoriuscire dalla sua bocca.
La signora ha ripreso a tossire. Il colorito è tornato normale. L’aria è tornata a riempirle i polmoni.
Era salva.
Nella stanza è scoppiato un sospiro collettivo di sollievo. Io ero completamente sudata, stremata, con il cuore che sembrava voler uscire dal petto. Ma in quel momento non contava nulla di tutto questo.
Contava solo una cosa: quella donna stava respirando.
Sono episodi che durano pochi minuti, ma che restano impressi per sempre. Momenti che ricordano perché questo lavoro sia fatto di competenze, responsabilità e sangue freddo, ma soprattutto di umanità.
E quel giorno, mentre la vita tornava a scorrere normalmente nel reparto, ho capito ancora una volta perché amo essere infermiera. Perché a volte, in una giornata che sembra uguale a tante altre, ti ritrovi ad avere tra le mani qualcosa di immensamente prezioso: la possibilità di fare la differenza.
A cura di Alessia Troise, infemiera

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