Fonte immagine: Giornalemio.it
7 giugno 1980
Quel caldissimo sabato pomeriggio, insieme ad un amico, decisi di vedere da vicino l’ultima tappa del Giro d’Italia, che si concludeva in piazza Duomo a Milano. La vittoria finale era già nettamente cucita sulle spalle del mitico ciclista bretone Bernard Hinault. Lui peraltro quell’anno vinse anche il Mondiale e dovette ritirarsi a metà percorso del Tour de France per un infortunio, dopo averlo dominato fin dalle prime pedalate. Insieme a Stefano, il mio amico, eravamo riusciti ad intrufolarci proprio fin sotto il palco della Gazzetta dello Sport, organizzatrice del Giro. A pochi metri dalla postazione televisiva della Rai, il mitico Adriano de Zan, voce inconfondibile ed autorevole del ciclismo, raccontava la tappa ed al termine ne intervistava i grandi protagonisti.
Un Giro d’Italia mediaticamente più performante
Il Giro d’Italia in quel periodo, era mediaticamente molto più performante di quello di questi ultimi anni. Oggi rischia addirittura di passare inosservato nell’immaginario collettivo dei tanti amanti dello sport. Davanti alle telecamere si alternavano decine di campioni, era una importante vetrina per chiunque venisse intervistato.
I grandi protagonisti dello sport, tappa dopo tappa, località dopo località, dell’itinerario multichilometrico che la variopinta kermesse attraversava, venivano immortalati dai teleschermi della Rai. Oltre agli eroi pedalatori venivano proposte assolute leggende dello sport.
L’incontro con Mazzola
A Milano, uno degli importanti volti ad apparire e a dire la sua era stato Sandro Mazzola. Per la cronaca quest’ultima tappa venne vinta dal bresciano Pierino Gavazzi. Stefano ed io, nonostante fossimo letteralmente incastrati nella caldissima calca del sottopalco, riuscimmo ad ottenere gli autografi di quasi tutti i ciclisti e degli altri campioni dello sport. Questi, per accedere al palco ed alle telecamere, dovevano obbligatoriamente transitare sulla scaletta di accesso di fianco alla cui base ci eravamo appostati. Avevo due penne in tasca e ne avevo estratta una, l’altra era rimasta in tasca. Quando transitò Sandro Mazzola la folla si accalcò numerosa e io rischiai di rimanere incastrato contro i gradini della scaletta. Per evitare di finire schiacciato, saltai sui gradini proprio mentre Mazzola, che stava scendendo, mi afferrò per un braccio sospingendomi verso l’alto. A quel punto intervennero gli addetti alla sicurezza che, facendosi largo a spintoni, dispersero la calca umana, permettendo a Mazzola di scendere.
Obiettivo autografo di Mazzola
Io rimasi qualche secondo sull’angolo del palco finché potei discendere. L’obbiettivo era quello di ottenere l’autografo del Baffo, mio mito calcistico e sportivo fin da quando piccolissimo, per tradizione familiare, iniziai a tifare Inter. Infatti il primo mio ricordo sportivo, debitamente in bianco e nero, risale al 27 maggio 1964 in occasione della finale dell’allora Coppa dei Campioni. In quell’occasione, al Prater di Vienna, il mitico Sandrino realizzò una storica doppietta contro i fenomenali blancos del Real Madrid, regalando ai nerazzurri la prima, indimenticabile, grande vittoria Europea. Insieme a Stefano faticammo non poco per svincolarci dal muro umano e lasciare la piazza.
All’improvviso il Baffo nerazzurro
Di Mazzola neanche l’ombra, più per fortuna che per intuito decidemmo di percorrere al piccolo trotto la via Dante, importante arteria meneghina, che da Piazza Duomo conduce verso il Castello Sforzesco. In lontananza verso la metà della via scorgemmo di spalle proprio il Sandrino nazionale. Quindi accelerammo e lo raggiungemmo
Lui, sentendo dei passi frettolosi, si girò, proprio mentre stavo sfilando dal borsello il blocco dove avevo raccolto tutti i precedenti autografi. Con la voce in gola gli dissi “Signor Mazzola, me lo concede un autografo”. Lui mi riconobbe ed esclamo’ “Ma lei è la persona che ho tirato sul palco poco fa”. Io, dopo aver recuperato, la normale respirazione gli risposi “Si, sono io. Grazie mille perché avrei potuto rimanere schiacciato contro la scaletta”.
Lui mi sorrise e mi disse “Mi dia la penna che le faccio l’autografo”.
La penna scoppiata
Cercai nella tasca destra la penna utilizzata fin qui per tutti gli autografi precedenti, non la trovai. Quindi d’istinto infilai la mano nella tasca sinistra per estrarre la penna che non avevo ancora usato e la porsi nel palmo della mano destra di Mazzola, protesa verso di me. Feci questo movimento guardando il Baffo negli occhi. Non mi accorsi che la penna, rimasta per ore nella tasca e sballottata nella confusione, ricevendo spintoni e accidentali colpi contundenti, era scoppiata. Aveva riversato l’inchiostro nella tasca, sporcandosi completamente dal fondale al puntale. Anche la mia mano si era sporcata. Lo macchiai accidentalmente di inchiostro, aveva la parte centrale del palmo intrisa di inchiostro e anche le zone interne di pollice ed indice impastate.
Le reazioni del Sandrino nazionale
Anche lui sul momento non ci aveva badato ed istintivamente aveva afferrato la penna. La sua prima reazione fu rabbiosa, durò pochi secondi, poi scoppiò a ridere. Io ero visibilmente imbarazzato, il mio amico Stefano se la rideva alla grande ed insieme a lui alcune altre persone che avevano assistito all’episodio. Poi una di queste persone si avvicinò a Mazzola e a me e gli porse una penna commentando “Dopo tutto questo cinema l’autografo è d’obbligo”. A quel punto anch’io mi misi a ridere, mentre Mazzola mi faceva l’autografo. Quindi mi scusai e ci salutammo. Stefano successivamente raccontò agli amici comuni questo aneddoto che, come si dice, divenne una barzelletta.
Al telefono con Mazzola
Tanti anni dopo, l’amico Luisito Suarez, mi fece avere il numero telefonico di Mazzola. Volevo invitare Sandrino e Rivera ad una puntata del talk show teatrale “Il Re è Nudo”, che avevo ideato e conducevo da diverso tempo. Contattai Mazzola telefonicamente e, nel corso di questa chiacchierata, gli ricordai l’episodio di oltre 39 anni prima. Lui, che si ricordava perfettamente l’accaduto, scoppiò a ridere come tanti anni prima e mi disse:
“Un po’ di strada l’ha percorsa, dall’iniziale marciapiede ora è su un palco teatrale con le telecamere televisive. Niente male”. Mi dispiaque perché non poté accettare confessandomi “Da qualche tempo non sto bene, non me la sento di affrontare una faticosa esperienza teatrale. Rilascio unicamente interviste muovendomi al minimo da casa”.
Un addio che va al di là dei colori
Purtroppo fin dai primi momenti si intuì che il problema del Baffo era serio. Oggi tutti i tifosi del calcio, indipendentemente dal colore delle maglie, lo ricordano come un’icona assoluta del calcio, un figlio predestinato, un marito fedele, un padre premuroso e un uomo leale. Ciao Baffo, chissà se all’ingresso del Paradiso, San Pietro ti farà firmare il pass di entrata. Mi raccomando controlla prima che la penna non sia scoppiata.
A cura di Raffaele Geminiani
