di Veronica Sansuini
RUBRICA ALLA PARI
Gruppo Scientifico Pari Opportunità Dipartimento Nazionale Lega
Ho trovato questa applicazione quasi per caso. Si chiama Bump e tra i giovanissimi sta spopolando.
La sera ne parlo con la figlia di una mia amica. Ha 11 anni.
Me ne parla come di una cosa normalissima, che hanno praticamente tutti in classe. Le chiedo se è l’ennesimo social network.
Mi risponde di no. Le domando se serve per chattare, per conoscersi. No. Se è come Instagram dove si postano immagini. Neanche.
Alla fine le chiedo: ma in concreto, cosa fa?
E lei mi spiega che è una mappa. Ti localizza. Fa vedere agli altri dove ti trovi in quel momento, in quale via, con quali persone sei, quante volte sei passato da un posto e persino quale musica stai ascoltando.
Le ho chiesto se fosse uno strumento pensato per noi genitori, per stare più tranquilli quando sono fuori. Mi ha detto ridendo: “Ma figurati. I genitori non c’entrano. La usano tra fidanzatini”.
E lì mi si è accesa una spia.
Perché qui non stiamo parlando di sicurezza. Non stiamo parlando di protezione. Stiamo parlando di un sistema che trasforma il controllo in un gioco. Un radar privato dove un ragazzino di tredici anni può verificare gli spostamenti della fidanzatina. Dove una comitiva sa sempre dove sei, con chi sei, cosa fai.
Alla ragazzina l’ho detto chiaro: questo è l’anticamera dell’ossessione. Oggi ti sembra un gioco, domani diventa l’abitudine a essere posseduti. E a possedere.
E qui dobbiamo avere il coraggio di fare un passo in più, di dire la cosa che nessuno vuole dire.
Perché il controllo non è mai solo controllo. È l’inizio.
Tutti gli studi sui centri antiviolenza, tutte le storie che purtroppo leggiamo sui giornali, iniziano così. Non iniziano con uno schiaffo. Iniziano con un messaggio: “dove sei?”. Iniziano con una posizione condivisa. Iniziano con “perché eri lì?”. Iniziano con “mandami la posizione in tempo reale, così sto tranquillo”.
Quello che oggi a 11, 12, 13 anni viene spacciato per prova d’amore – “se mi ami condividi dove sei” – a 20 anni diventa stalking. Diventa molestia. Diventa violenza psicologica.
Stiamo insegnando alle nostre figlie che è normale essere controllate. E ai nostri figli maschi che è normale controllare. Stiamo normalizzando la gelosia possessiva, la rendiamo tecnologica, la rendiamo social, la rendiamo divertente con un’icona colorata.
Vogliamo davvero che siano queste applicazioni ad insegnare ai nostri figli cosa sono i rapporti? Vogliamo che imparino che volersi bene significa avere il GPS dell’altro in tasca?
A me l’idea che domani mia nipote possa avere accanto una persona che pretende di sapere in tempo reale ogni suo passo mi fa paura. Mi provoca un’angoscia vera. Perché so che quel puntino blu sulla mappa, domani, può diventare una mano che ti stringe il polso. Può diventare una porta chiusa a chiave. Può diventare “non esci se non mi dici dove vai”.
Certo, si dirà: sono ragazzi, poi crescono, poi capiscono. Forse è così. Forse non accadrà mai nulla di grave e tutto questo resterà solo una moda passeggera.
Ma io mi chiedo: perché dobbiamo accettare di rendere normale un comportamento che normale non è? Perché dobbiamo fornire noi stessi lo strumento che potrebbe diventare una catena?
Le statistiche sui femminicidi e sulle violenze tra adolescenti ci dicono una cosa chiarissima: il controllo ossessivo è quasi sempre il campanello d’allarme che precede tutto il resto. E noi quel campanello lo stiamo installando volontariamente sui telefoni dei nostri figli di 11 anni, con il nostro consenso distratto.
Non potremo camminare al posto loro per tutta la vita. Non potremo scegliere noi le persone che incontreranno. E questo è giusto. Ma che gli incontri della vita restino imprevedibili, umani, imperfetti. Non un percorso tracciato e archiviato con orario e coordinate, pronto per essere usato contro di loro al primo litigio, alla prima rottura, al primo “no” che non verrà accettato.
Stiamo vendendo l’intimità per un puntino blu su uno schermo. Stiamo facendo passare il controllo per affetto. E stiamo chiamando “amicizia” quella che è sorveglianza.
Alle famiglie dico una cosa sola: guardiamo cosa hanno installato i nostri figli. Parliamone stasera, non domani. Non con una ramanzina, non togliendo il telefono come punizione. Ma spiegando che la cura è un’altra cosa. La cura protegge, non insegue. La cura ti lascia libera, non ti traccia. L’amore non chiede mai le coordinate per esistere.
Perché se non glielo insegniamo noi, adesso, glielo insegnerà un’app. E quando un’app insegna cos’è l’amore, poi la cronaca ci presenta il conto.

