Fonte immagine: Telerama News
…la cronaca dei fatti
Torino, centro città. Una manifestazione annunciata come momento di protesta politica degenera rapidamente in una guerriglia urbana. Bastoni, lanci di oggetti, cariche improvvisate. Il bersaglio è chiaro e unico: le forze dell’ordine. Lo scopo reiterato e preannunciato è la degenerazione della protesta, colpire lo Stato nascondendosi dietro la maschera del finto resistente partigiano.
Le modalità dell’aggressione…
Ancora una volta agenti accerchiati, colpiti ripetutamente, alcuni trascinati a terra e picchiati fino a rimanere feriti gravemente. Le immagini fanno il giro dei media: volti insanguinati, caschi spaccati, divise lacerate. Non è protesta, è violenza organizzata. Non è dissenso, è aggressione. Un atto violento e vigliacco, messo in atto da facinorosi con il volto coperto e con la coscienza spesso coperta da politici e giornalisti di parte.
LEGALITÀ e il mito dei “nuovi partigiani”
A Torino c’è chi continua a raccontare una favola pericolosa: quella dei teppisti mascherati da resistenti, dei violenti elevati a simboli di lotta. Askatasuna e realtà simili vengono difese come avanguardie politiche, quando nei fatti agiscono con metodi che nulla hanno a che vedere con l’antifascismo o con la libertà. L’antifascismo é un concetto che nasce in epoche lontane a difesa di uno Stato democratico nato dalle ceneri di una dittatura che per 20 anni aveva condizionato la politica nostrana. Fascismo, nazismo sono facce diverse della stessa medaglia, oggi ridotte a minoranze ed a fenomeni sporadici.
…il pericolo insito nella lotta “antifascista”
Chi usa la forza per imporre il silenzio, chi colpisce lo Stato perché lo Stato esiste, non è ribelle: è autoritario. E quando la violenza diventa sistematica, identitaria, rivendicata, assume tratti che ricordano esattamente ciò che a parole si dice di combattere. Oggi ci troviamo di fronte a chi fa politica senza contenuti, senza organizzazione, senza principi nascondendo le proprie fragilità e debolezze rispolverando vecchi scheletri e cercando il consenso popolare in guerre e battaglie difatti anacronistiche e senza basi concrete e fattuali.
LEGALITÀ e la complicità del silenzio
Il problema non è solo chi colpisce, ma anche chi copre. Chi giustifica. Chi minimizza. Basta nascondere una banda di teppisti sotto le mentite spoglie della “sacrosanta libertà di manifestare”. La sinistra – quella istituzionale, culturale, politica – non può essere complice per calcolo, paura o convenienza. Il silenzio selettivo è una forma di corresponsabilità. E l’ambiguità, quando si parla di violenza, diventa una scelta. Chi attacca un rappresentante dello Stato non va capito, va condannato, altrimenti sei come lui, peggio di lui.
LEGALITÀ contro la guerriglia come metodo
Non è possibile accettare che una manifestazione, qualunque sia il tema, finisca per trasformarsi in uno scontro fisico con le forze dell’ordine. La guerriglia non è una forma di protesta. L’aggressione allo Stato non è un diritto. Colpire un agente non è un atto politico: è un reato. Quando la violenza diventa sistemica, rituale, prevista, non siamo più nel campo del dissenso ma in quello dell’eversione culturale, prima ancora che penale. Ideologie, principi, cultura assente che fa spazio a violenza ed incapacità di rappresentare un fattore produttivo in un Paese che deve, probabilmente, ancora fare pace con il passato, affrontare il presente, predisporre un futuro chiaro e sereno per i più giovani.
LEGALITÀ oltre destra e sinistra
Questa non è una questione solo ideologica. Non è destra contro sinistra. È qualcosa di più semplice e più serio: il rispetto delle regole comuni. Lo Stato democratico può essere criticato, contestato, persino duramente. Ma non può essere aggredito come se fosse un nemico illegittimo. Le forze dell’ordine non sono un’opinione politica: sono un presidio di legalità che tutela tutti, anche chi manifesta.
LEGALITÀ come linea invalicabile
Quello che si è visto a Torino è una vergogna mondiale. Un messaggio devastante: che la violenza paga, che l’intimidazione è tollerata, che picchiare un agente può essere raccontato come gesto simbolico.
No.
Il principio di legalità deve stare sopra ogni bandiera, sopra ogni colore politico, sopra ogni giustificazione ideologica. Senza questa linea invalicabile non esiste libertà, ma solo la legge del più violento. É ora di essere chiari e condannare ogni forma di violenza. Un governo, piaccia o no, é stato eletto con il consenso del popolo. La protesta è sempre legittima ma la violenza, guidata da una infondata presunzione di superiorità culturale, va abolita ed esclusa da ogni fantomatico bigino di inesistenti eccezioni morali e culturali.
Basta
