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Maggio diventa il mese che rivela le crepe profonde del Paese tra scioperi e stanchezze taciute
di Marco Ciriello
Maggio sarà un mese di scioperi. Lo dicono i sindacati, lo confermano i calendari, e lo sa chi ogni mattina prende un treno, un autobus, un aereo o accompagna un figlio a scuola. È come se il Paese avesse deciso di rallentare di colpo, quasi per ricordare a tutti che qualcosa, da qualche parte, non funziona più come dovrebbe.
Tre scioperi generali in un mese: trasporti, scuola, sanità, pubblico impiego. Un’Italia che si blocca a pezzi, come un vecchio motore che tossisce prima di spegnersi. E intanto, nei talk show, si continua a parlare di “disagi”, come se fosse una parola neutra, come se dietro quei disagi non ci fossero persone vere, con orari, responsabilità, fragilità.
La verità è che lo sciopero non è mai solo uno sciopero. È un sintomo, un segnale che arriva quando nessuno ascolta più. Gli insegnanti che non ce la fanno, gli infermieri che corrono da un reparto all’altro, gli autisti che lavorano a orari impossibili: mondi diversi, ma uniti dalla stessa stanchezza che ormai attraversa tutto.
I cittadini che restano fuori scena
E poi ci sono loro: i cittadini. Quelli che si svegliano prima del solito per capire se il treno passerà, se la scuola sarà aperta, se il turno in ospedale salterà. Quelli che non protestano, non urlano, non scioperano. Subiscono, semplicemente. E vanno avanti, come sempre, perché non hanno alternative.
Maggio sarà un mese complicato, ma non per gli scioperi in sé. Lo sarà perché ogni sciopero porta con sé una domanda che nessuno sembra voler leggere: quanto ancora può reggere un Paese che vive costantemente sul filo, tra emergenze che diventano routine e normalità che si inceppa senza che nessuno se ne sorprenda più?
Il resto — la rabbia, la fatica, la quotidianità che si spezza — resta, come sempre, fuori scena.
