
Il caso Catania e le domande scomode che aspettano risposta da trent’anni
a cura di Valentina Giua
C’è una storia che in questi giorni circola tra Catania e il resto del Paese, e che mi ha fermata più di quanto avessi previsto. Non perché sia scandalosa, nel senso deteriore del termine. Ma perché ha riaperto una domanda che tengo ferma da anni, come un sassolino nella scarpa: chi decide, in Italia, cosa conta come cura?
Giordana Proto è una naturopata. Laureata in Scienze olistiche, con un master in Naturopatia olistica conseguito alla LinkCampus di Zugo, in Svizzera. Una professionista che con il Policlinico “Gaspare Rodolico – San Marco” di Catania collaborava già dal 2021, occupandosi inizialmente di pazienti trapiantati o con un solo rene e di problematiche legate al pavimento pelvico, per poi estendere la presenza anche al reparto pediatrico. Non è arrivata dalla finestra.
Ha partecipato a un bando pubblico, è stata ammessa alla selezione, ha superato il colloquio davanti a una commissione
composta da tre medici — un direttore di presidio, una direttrice di laboratorio analisi, un responsabile di dietologia e nutrizione clinica.
Ne è risultata vincitrice.
L’incarico, conferito con deliberazione nell’ottobre 2025, prevedeva attività di supporto nell’ambito di studi clinici condotti presso la Chirurgia Vascolare e Centro Trapianti e la Pediatria a indirizzo Reumatologico, per un compenso lordo annuo di 14.600 euro.
Poi, a giugno 2026, la storia esplode. Alcuni video pubblicati sui suoi profili social — nei quali Proto appare con camice, logo e cartellino aziendali — vengono ripresi dalle testate giornalistiche. Roberto Burioni e Matteo Bassetti intervengono pubblicamente. Il CICAP — il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, fondato nel 1989 con Piero Angela come presidente onorario — scrive al ministro della Salute Orazio Schillaci chiedendo di intervenire, sottolineando come il piano di studi della scuola frequentata da Proto comprenda insegnamenti quali iridologia, naturopatia quantica, oligoterapia carmica, riflessologia plantare e aromoterapia tibetana.
Il Policlinico risponde avviando la procedura di risoluzione del contratto, aprendo un’indagine interna e inviando a Proto una formale diffida con messa in mora. Le contestazioni formali riguardano l’uso non autorizzato del logo, del camice e del cartellino aziendali, la diffusione non autorizzata di notizie riguardanti la collaborazione, e la pubblicità ingannevole nei confronti dell’utenza. La richiesta di risarcimento danni è stata quantificata in 29.200 euro, pari al doppio del compenso annuo percepito.
Fare chiarezza, prima di tutto
medicina integrativa Italia
Qui è necessario fermarsi e distinguere, perché il dibattito pubblico ha mescolato piani che andrebbero tenuti separati.
Il comportamento comunicativo di Proto — i video con il camice aziendale, la visibilità pubblica costruita sulla collaborazione con l’Azienda senza autorizzazione — costituisce una violazione contrattuale reale, che l’Azienda ha tutto il diritto di contestare. Su questo non c’è ambiguità.
Altrettanto onestamente: alcune delle discipline presenti nel suo percorso formativo — iridologia, naturopatia quantica, oligoterapia carmica, riflessologia plantare e aromoterapia tibetana — non trovano forse riscontro nelle evidenze scientifiche validate? Probabilmente, e in effetti il CICAP non ha perso tempo a segnalare tutto ciò. Portare queste discipline dentro un contesto ospedaliero, in affiancamento a studi clinici, pone domande concrete sulla coerenza tra il profilo selezionato e le attività previste dal bando.
Detto questo — e lo dico con la stessa chiarezza — resta in piedi una domanda che la vicenda di Proto solleva ma non esaurisce, e che riguarda qualcosa di molto più grande di lei: il vuoto normativo italiano che ha reso possibile questo pasticcio. Un vuoto che dura da ventinove anni, da quando una risoluzione europea attendeva di essere recepita e non lo è stata. E che nessuno sembra davvero intenzionato a colmare.
Il problema reale non è Giordana Proto
Naturopata Catania Policlinico
Se il bando era inadeguato, perché è stato pubblicato? Chi lo ha firmato e controfirmato? Chi ha composto la commissione esaminatrice, e sulla base di quali criteri ha valutato i titoli?
La revoca è caduta sulla professionista. Il sistema che l’ha chiamata, selezionata e poi esposta è rimasto intatto e indiscusso.
In Italia la naturopatia si muove da decenni in un’area indefinita.
Non è una professione sanitaria riconosciuta, ma non è nemmeno chiaramente vietata.
La Legge 4/2013 sulle professioni non organizzate ha offerto una cornice parziale, e nel giugno dello stesso anno è entrata in vigore la Norma tecnica UNI 11491 che definisce i requisiti professionali del naturopata — ma il Ministero dello Sviluppo Economico ha qualificato la naturopatia tradizionale come attività di tipo medico, escludendola di fatto dall’elenco delle professioni riconoscibili tramite quella legge. Non esiste un albo. Non c’è un percorso formativo universitario riconosciuto a livello nazionale. Ma il dato più lampante è che non c’è una legge quadro. Il risultato è un panorama nel quale chiunque può formarsi ovunque, con standard radicalmente diversi, e operare in quella che i giuristi chiamano zona grigia — e che io preferisco chiamare terra di nessuno.
La storia di questo silenzio è più lunga di quanto il dibattito di questi giorni lasci intendere. Nel 1996 arrivava alla Camera dei Deputati la prima proposta di legge organica sul riconoscimento delle terapie non convenzionali, firmata dai deputati Berselli, Gasparri e Bono (Atto Camera n. 2115, presentato il 2 agosto 1996). L’anno seguente, nel 1997, il Parlamento Europeo approvava la Risoluzione sullo statuto delle medicine non convenzionali — pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea n. C182 del 16 giugno 1997, nota come Risoluzione Lannoye-Collins — che chiedeva agli Stati membri di armonizzarsi sul riconoscimento delle medicine complementari e delle figure professionali non mediche che le praticano.
L’Italia ha ignorato quella risoluzione.
Lo ha messo nero su bianco il Senato della Repubblica stesso, nel Disegno di Legge n. 2152 della XVI Legislatura, dove si legge esplicitamente che “in Italia sono state disattese la risoluzione sullo statuto delle medicine non convenzionali del Parlamento europeo” e che “non è mai stato adottato il piano strategico sulle medicine non convenzionali dell’OMS del 2002“.
Poi nel 2001 il Progetto Pecoraro Scanio, nel 2003 la Delega al Governo per le Professioni Sanitarie Non Mediche, nel 2005 il Disegno di Legge Lucchese, nel 2006 il Progetto Pellegrino-Zanella, nel 2010 il DDL n. 2152 al Senato, nel 2013 la Legge 4 — cornice generale, non una legge per la naturopatia. Nessuno di questi atti ha prodotto una norma. Alcune regioni hanno provato a legiferare autonomamente — Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna — ma senza una legge quadro nazionale quei provvedimenti restano locali e parziali. La Liguria aveva introdotto una legge apposita: è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, perché legiferare sulle professioni compete allo Stato. E lo Stato, su questo, non ha ancora parlato. Non da trent’anni. Da ventinove, dalla risoluzione europea che avremmo dovuto recepire nel 1997 e che giace ancora inevasa.
Quello che accade altrove
Vuoto normativo naturopatia Italia
Guardare fuori dai confini italiani produce un senso di straniamento quasi fisico.
Non perché altrove tutto funzioni perfettamente le tensioni tra medicina convenzionale e complementare sono universali — ma perché altrove esiste almeno il tentativo di rispondere alla domanda in modo strutturato.
Il caso più robusto e documentato è il Portogallo.
Nel 2013, con la Legge 71/2013 — che ha dato attuazione alla precedente Legge 45/2003, rimasta lettera morta per dieci anni — il governo portoghese ha introdotto una regolamentazione completa per sette terapie non convenzionali: agopuntura, fitoterapia, omeopatia, medicina tradizionale cinese, naturopatia, osteopatia e chiropratica. I titoli professionali sono protetti. L’esercizio è consentito solo a chi possiede una laurea riconosciuta e una licenza professionale pubblica, registrata presso l’Amministrazione Centrale del Sistema Sanitario portoghese.
Nel 2019, una nuova Legge Sanitaria di Base ha sancito che le terapie non convenzionali si svolgono “in modo integrato con le terapie convenzionali, al fine di garantire la protezione della salute delle persone e delle comunità, la qualità delle cure, e sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili”. Al momento della pubblicazione di questa legge risultavano già rilasciate 620 licenze professionali per soli naturopati. Non è un modello senza ombre — il percorso è stato lungo e discontinuo, e la formazione omeopatica presenta ancora lacune aperte — ma è un modello esistente, fondato su una scelta politica esplicita.
Negli Stati Uniti, dal 1998 opera il National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH), istituzione federale all’interno dei National Institutes of Health (NIH). Il suo mandato è condurre ricerca rigorosa sull’efficacia e la sicurezza delle terapie complementari e integrative. Il budget iniziale era di 2 milioni di dollari; nel corso degli anni è cresciuto a oltre 120 milioni. Le principali università americane si sono unite nel Consortium of Academic Health Centers for Integrative Medicine. Centri oncologici di primo piano hanno istituito al loro interno servizi di medicina integrata a diretto contatto con le facoltà mediche. Non significa che negli USA tutto sia acriticamente ammesso: significa che esiste un’istituzione pubblica dedicata a fare ricerca su cosa funziona e cosa no, invece di lasciare che il vuoto normativo decida al posto della scienza.
In India, dal 2014 esiste il Ministero AYUSH — acronimo che comprende Ayurveda, Yoga e Naturopatia, Unani, Siddha e Omeopatia — che integra queste discipline nel sistema sanitario nazionale accanto alla medicina convenzionale. La questione indiana è complessa e non priva di ombre: l’Indian Medical Association si è opposta più volte all’integrazione, e il ministero ha subìto critiche per contenuti non sempre fondati su evidenze solide. Lo cito non come modello ideale, ma come dato: in un Paese di 1,4 miliardi di persone, la naturopatia ha un ministero. In Italia non ha ancora una legge.
Il diritto a una cura che considera la persona intera
C’è qualcosa che continua a sfuggire al dibattito di questi giorni: il paziente. Quello che si sottopone a un intervento di chirurgia vascolare, o il bambino con una patologia autoimmune, porta con sé una biografia intera — un sistema nervoso che reagisce allo stress, un intestino che risponde all’alimentazione, una storia di vita che influenza il decorso della malattia. La medicina integrativa — quando è seria, quando è fondata su evidenze, quando non sostituisce ma affianca la medicina convenzionale — nasce esattamente da questa consapevolezza.
Il nodo non è scegliere tra la scienza e qualcos’altro. Il nodo è decidere se la cura debba occuparsi dell’organo malato o della persona che lo abita. E questa non è una domanda di parte: è una domanda che la letteratura scientifica internazionale si pone da decenni, con risposte sempre più articolate.
Le domande che restano
Perché il CICAP si è rivolto direttamente al ministro della Salute per un contratto da 14.600 euro lordi, senza contestualmente chiedere una legge quadro che impedisca che la stessa situazione si ripeta altrove? Perché l’indignazione pubblica si è concentrata su una singola professionista, e non sul sistema che l’ha chiamata, selezionata e poi scaricata sotto pressione mediatica?
Costituisce un precedente questa revoca? E se sì, in quale direzione: verso una maggiore chiarezza normativa, finalmente, oppure verso una chiusura preventiva che evita il problema senza risolverlo?
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Il cittadino italiano con un minimo di pensiero critico queste domande se le fa. E se le fa da decenni, senza trovare risposta — né dalla politica, né dal sistema sanitario, né dal dibattito pubblico che puntualmente si accende su un caso singolo e poi si spegne senza aver prodotto nulla.
Non ho una risposta. Ma sono convinta che questa sia la domanda giusta. E che chiunque si fermi alla storia di Giordana Proto senza farla propria stia perdendo il pezzo più importante.
Valentina Giua
FONTI
- – AgenSalute — Comunicato ufficiale AOU Policlinico “G. Rodolico – San Marco” di Catania, 23 giugno 2026
- – La Sicilia — La naturopata al Policlinico di Catania: da Burioni al Cicap, la storia arriva sul tavolo del ministro Schillaci
- – La Sicilia — Naturopata all’ospedale, avviata risoluzione del contratto
- – Today.it — Naturopata assunta al Policlinico di Catania: è bufera: https://www.today.it/salute/naturopata-policlinico-catania-polemiche.html
- – QdS — Policlinico revoca contratto alla naturopata Giordana Proto: chiesti 29mila euro di danni
- EUR-Lex — Risoluzione del Parlamento Europeo sullo statuto delle medicine non convenzionali, Gazzetta Ufficiale UE n. C182 del 16 giugno 1997, riferimento CELEX:51997IP0075
- – Senato della Repubblica Italiana, XVI Legislatura — Disegno di Legge n. 2152, Norme in materia di regolamentazione della figura di operatore sanitario naturopata
- – Camera dei Deputati — Proposta di Legge n. 2115, Berselli-Gasparri-Bono, 2 agosto 1996, testo integrale
- – UPOIN — Naturopatia in Italia e in Europa, Norma UNI 11491
- – Portogallo, Legge 71/2013, Diário da República, Serie I, n. 168, 2 settembre 2013
- – PMC/NIH — Regulation of non-conventional therapies in Portugal: lessons learnt for strengthening human resources in health, 2021
- – NAFKAM, Norwegian Research Centre for Complementary and Alternative Medicine — Naturopathy in Portugal
- – Natural Medicine Journal — Global Naturopathic Regulation, World Naturopathic Federation
- – NIH — National Center for Complementary and Integrative Health
- – Treccani, XXI Secolo — Dalla medicina alternativa alla medicina integrata
- – Ministry of Ayush, Government of India
- – Wikipedia — Ministry of Ayush
