Teatro greco di Siracusa, 20 giugno 2026
Iliade Giuliano Peparini Teatro Greco Siracusa

(Teatro greco di Siracusa, foto di Valentina Giua)
Per nutrire l’anima e reiterare la straordinaria contemporaneità del mito, il Teatro Greco di Siracusa, con le sue stelle e la sua cornice scenografica naturale, ha offerto ancora una volta emozioni sublimi.
Il mito è ciò che fonda la realtà in una dimensione senza tempo. È il racconto originario che continua a dare forma al mondo che abitiamo. Il rito ne rinnova la presenza e il teatro, per sua natura, è rito. Riporta nel qui e ora ciò che appartiene all’eterno, rimettendo in movimento immagini, simboli e domande che attraversano i secoli.
È forse questa la ragione per cui nulla appare più contemporaneo del mito quando viene restituito alla comunità attraverso il linguaggio del teatro.
Il mito che continua a parlare al presente
A partire dall’ambientazione carceraria immaginata da Giuliano Peparini, prende forma una visione dell’Iliade intensa, simbolica e a tratti spiazzante. Le celle diventano il luogo fisico e metaforico entro cui si consumano le passioni umane più estreme: l’ira, la vendetta, la paura, il dolore, la perdita.
L’Iliade è il poema della guerra. Ma è anche, e soprattutto, il poema che ne mostra il fallimento.
Nel cuore dell’opera non c’è il trionfo della forza, ma la fragilità dell’essere umano.
Le celle della guerra e dell’anima
Ogni elemento scenico sembra convergere verso una riflessione sulla condizione umana. Le celle, costantemente in movimento, non delimitano soltanto uno spazio fisico. Diventano una metafora delle prigioni interiori che ciascuno porta con sé.

(Teatro greco di Siracusa, foto di Valentina Giua)
L’odio, il rancore, il desiderio di rivalsa, la paura dell’altro: tutto ciò che separa e divide trova una rappresentazione concreta in quelle strutture mobili che occupano la scena.
Quelle celle appartengono ai personaggi, ma appartengono anche a noi.
Ognuno porta la propria.
Priamo e Achille: il trionfo della pietà
La scena finale racchiude probabilmente il significato più profondo dell’intera opera.
Priamo, padre di Ettore, si presenta davanti ad Achille per reclamare il corpo del figlio ucciso. È il momento in cui la guerra cessa di essere racconto epico e diventa esperienza umana universale.
Priamo piange il figlio perduto.
Achille porta il peso della morte di Patroclo e della perdita di Briseide.
Davanti al dolore non esistono vincitori.
Esistono soltanto esseri umani che riconoscono nell’altro la propria stessa fragilità.
È in questo reciproco riconoscimento che si compie il miracolo della pietà. Non una resa, ma una forma superiore di coraggio. Non la vittoria sull’altro, ma la vittoria sull’odio.
In quell’abbraccio finale sembra concentrarsi il senso più autentico dell’Iliade: la possibilità di riconoscersi umani anche dopo aver attraversato l’orrore.
E, osservando quelle immagini alla luce delle guerre che ancora attraversano il nostro presente, è impossibile non sentirsi coinvolti, interrogati, chiamati a riflettere.
Perché della guerra si conoscono sempre le ragioni.
Del perdono, invece, si continua a ignorare la forza rivoluzionaria.

(Teatro greco di Siracusa, foto di Valentina Giua)
Il Teatro Greco di Siracusa, luogo di confine
Rivedo per la seconda volta l’Iliade con la regia di Giuliano Peparini al Teatro Greco di Siracusa e, ogni volta, subisco il fascino di questo luogo che mi appare sospeso nel tempo e nello spazio.
Sembra una soglia più che un teatro. Un luogo di confine tra passato e presente, tra pietra e cielo, tra memoria e visione.
La sua bellezza diffonde un profondo senso di presenza e di centratura, quasi invitasse chi vi entra a rallentare e ad ascoltare qualcosa di più antico di sé.
Rispetto allo scorso anno ho percepito una maggiore essenzialità nella costruzione coreografica e scenografica. Una limatura sapiente che non impoverisce la messa in scena, ma esalta la forza della parola e dei dialoghi, lasciando emergere con ancora maggiore evidenza il cuore del racconto.
La luna sopra le pietre antiche
E poi c’era lei.
La luna crescente, prossima al solstizio d’estate.
Sospesa sopra le pietre antiche del Teatro Greco, osservava silenziosa il dispiegarsi del mito.
In quel momento sembrava appartenere anch’essa alla rappresentazione, come un’antica divinità chiamata a vegliare sulla scena.
Mi ha donato, come sempre, molto più di una visione.
Mi ha donato un varco.
Un’apertura improvvisa verso quel territorio senza tempo in cui il teatro, il mito e la vita smettono di essere cose separate e tornano, per un istante, a coincidere.

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