Prevenzione dell’infarto
quali sono gli esami da fare secondo il cardiologo
Infarto e pensi a qualcosa di improvviso, un colpo che arriva da un momento all’altro, senza preavviso. E invece no. L’infarto non è un fulmine a ciel sereno ma l’esito di un processo che si sviluppa nel tempo. È per questo che la cardiologia moderna cerca di spostare l’attenzione non tanto sull’evento acuto, quanto sui fattori di rischio – colesterolo alto, ipertensione, diabete, familiarità, sedentarietà, fumo – che possono anticiparlo di anni. “L’obiettivo della prevenzione cardiovascolare è riconoscere il rischio prima che si trasformi in malattia”, spiega Roberto Valesio, cardiologo del Poliambulatorio Statuto di Torino. “Per farlo servono una valutazione clinica completa e alcuni esami mirati, scelti in base all’età, alla familiarità e ai fattori di rischio individuali“.
Il primo livello di prevenzione passa quasi sempre dagli esami del sangue. Non esiste un’analisi capace di dire se una persona avrà un infarto, ma esistono parametri che permettono di stimarne il rischio con buona accuratezza. Tra questi, il profilo lipidico occupa un ruolo centrale: colesterolo totale, colesterolo LDL, HDL e trigliceridi rappresentano il punto di partenza di qualsiasi valutazione cardiovascolare. “Il colesterolo LDL è uno dei principali responsabili dello sviluppo dell’aterosclerosi”, spiega Valesio. “Conoscere il suo valore permette di intervenire molto prima che compaiano i sintomi”.
Accanto ai lipidi, diventano importanti i valori di glicemia ed emoglobina glicata, che consentono di individuare diabete o prediabete, due condizioni strettamente associate all’aumento del rischio cardiovascolare. Vengono inoltre valutati creatinina e funzionalità renale, elettroliti, emocromo e, in alcuni casi, proteina C-reattiva ad alta sensibilità, un indicatore di infiammazione che può contribuire a definire il profilo di rischio.
Molti associano la prevenzione agli enzimi cardiaci, ma qui è necessario fare una distinzione. “Troponina e CK-MB non sono esami utilizzati per prevedere un infarto”, chiarisce Valesio. “Sono marcatori di danno del muscolo cardiaco e vengono impiegati quando si sospetta che un infarto sia già in corso“. La loro funzione, quindi, è diagnostica e non preventiva.
Come si fa, allora, a capire se si è predisposti a un infarto? La risposta non sta in un singolo esame, ma nella combinazione di più elementi. Età, pressione arteriosa, valori del colesterolo, diabete, abitudine al fumo, peso corporeo, familiarità e stile di vita vengono integrati attraverso algoritmi validati che permettono di stimare il rischio cardiovascolare globale. “La predisposizione nasce dall’insieme dei fattori di rischio”, spiega Valesio. “È questa valutazione complessiva che guida le decisioni cliniche”.
Accanto agli esami di laboratorio trovano spazio gli accertamenti strumentali. Il più semplice è l’elettrocardiogramma che registra l’attività elettrica del cuore e permette di individuare aritmie, alterazioni della conduzione o segni indiretti di patologie cardiache. “L’ECG è spesso il primo esame da eseguire, ma da solo non basta a valutare il rischio di infarto”, precisa Valesio.
Per studiare la struttura del cuore si utilizza invece l’ecocardiogramma. Attraverso gli ultrasuoni consente di osservare camere cardiache, valvole, contrattilità del muscolo e funzione di pompa. “È uno degli esami più completi per valutare il funzionamento del cuore”, spiega il cardiologo. “Permette di identificare molte condizioni che possono influenzare la salute cardiovascolare, anche se non visualizza direttamente le coronarie”.
Quando il sospetto riguarda proprio le arterie coronarie, può entrare in gioco la TC coronarica. Si tratta di un esame di diagnostica avanzata che consente di visualizzare le coronarie e individuare eventuali restringimenti o placche aterosclerotiche. “È particolarmente utile nei pazienti con rischio intermedio o quando è necessario chiarire dubbi diagnostici”, spiega Valesio. “Non rappresenta uno screening di massa, ma uno strumento da utilizzare in situazioni selezionate”.
Un altro esame che negli ultimi anni ha assunto un ruolo crescentee è l’ecodoppler vascolare dei tronchi sovra-aortici, cioè delle arterie carotidi. “La presenza di placche carotidee rappresenta un indicatore di aterosclerosi sistemica”, osserva Valesio. “Studiare le carotidi può fornire informazioni preziose sul rischio cardiovascolare complessivo”. In alcuni casi viene associato anche all’ecodoppler dell’aorta addominale o degli arti inferiori nei soggetti con fattori di rischio importanti.
Qual è allora l’esame più completo per il cuore? La risposta è meno semplice di quanto sembri. “Non esiste un singolo esame capace di sostituire tutti gli altri”, chiarisce Valesio. “La visita cardiologica rimane il momento in cui si decide quali accertamenti siano realmente utili per quella persona”. È il cardiologo, infatti, a costruire il percorso diagnostico sulla base della storia clinica e dei fattori di rischio.
E un infarto fulminante si può prevenire? Non sempre, ma spesso il rischio può essere ridotto. Controllare pressione, colesterolo e diabete, smettere di fumare, mantenere un peso adeguato, praticare attività fisica regolare e seguire un’alimentazione equilibrata restano le strategie più efficaci dimostrate dalla letteratura scientifica. “La prevenzione comincia molti anni prima dell’evento acuto”, sottolinea Valesio. “Ogni fattore di rischio corretto rappresenta una probabilità in meno che quell’evento si verifichi”.
Quando invece un infarto si è già verificato, si entra nella cosiddetta prevenzione secondaria. È una fase tanto importante quanto la cura iniziale. “Dopo un infarto l’obiettivo è impedire che se ne verifichi un secondo”, spiega Valesio. Farmaci, riabilitazione cardiologica, controllo rigoroso dei fattori di rischio e modifiche dello stile di vita diventano parte integrante della terapia. Numerosi studi hanno dimostrato che aderire a questi programmi riduce significativamente il rischio di nuovi eventi cardiovascolari e migliora la sopravvivenza.
Il punto, alla fine, è che la prevenzione dell’infarto non coincide con un esame particolare. È un percorso che inizia molto prima dei sintomi e che mette insieme analisi del sangue, visite, esami strumentali e, soprattutto, la capacità di modificare ciò che possiamo davvero controllare. Perché il cuore manda pochi segnali prima di ammalarsi. Ma i fattori di rischio, quasi sempre, parlano con largo anticipo. Basta decidere di ascoltarli.
