La responsabilità educativa si misura nei gesti minimi che gli adulti compiono ogni giorno, quelli che insegnano ai ragazzi a vedere davvero chi hanno accanto
C’è una scena, minuscola e quotidiana, che dice più di mille discorsi sulla società che stiamo diventando. Una donna incinta in piedi su un autobus diretto all’aeroporto. Un ragazzo seduto, lo zaino sul sedile accanto. Nessun gesto spontaneo, nessuno sguardo che si accorge dell’altro. Solo l’insofferenza di chi sposta lo zaino perchè invitato a farlo, non perchè lo ritiene naturale. Non è un episodio isolato. È un sintomo.
Lo racconta l’onorevole Giusi Princi in un post che ha generato centinaia di reazioni, testimonianze, riflessioni. E ciò che colpisce non è solo la scena in sé, ma la lettura collettiva che ne è scaturita: una comunità che riconosce di essere entrata in una crisi educativa profonda, silenziosa, quotidiana.
La famiglia come primo luogo della responsabilità
Molti commenti convergono su un punto: l’educazione parte dalla famiglia. Ma mi sorge una domanda spontanea: e se gli adulti spesso sono i primi a non rispettare le regole, come possiamo aspettarci che i ragazzi lo facciano?
C’è chi racconta di genitori distratti dai telefonini, chi denuncia la perdita delle basi, chi ricorda che un tempo “genitori analfabeti crescevano figli educati, mentre oggi genitori istruiti crescono figli senza limiti”. È un grido che non accusa i giovani: accusa gli adulti.
La scuola che non riesce ad educare
Alcuni commenti citano la scuola, schiacciata suo malgrado da programmi, burocrazia e competizione. L’educazione civica ormai è solo teoria mentre la pratica non esiste. Secondo qualcuno, gli insegnanti hanno perso autorevolezza nel correggere i comportamenti e anche qui la domanda mi sorge spontanea: come fa un insegnante a mostrare autorevolezza se quando riprende l’alunno, viene aggredito dal genitore o dall’alunno stesso?
In un contesto del genere, è inevitabile che la scuola fatichi a insegnare l’empatia: se l’adulto non riesce più ad educare, la società perde uno dei presidi fondamentali.
La comunità che non “corregge più”
C’è nostalgia per un tempo in cui gli adulti “rimproveravano” subito chi non lasciava il posto. Era un tempo in cui la comunità educava insieme.
E oggi? Oggi, invece, prevale la totale indifferenza: nessuno richiama, nessuno interviene. Troppo presi e distratti dai telefonini.
La tecnologia come amplificatore del problema
Ho letto molti commenti in cui parlavano di ragazzi “con la testa sul cellulare”, incapaci di vedere chi hanno accanto ma la tecnologia non è la causa: è il sintomo di una società che ha smesso ormai da tempo di guardarsi negli occhi.
Il telefono non crea disattenzione: la amplificano. È lo specchio di un mondo adulto che ha perso il ritmo della presenza, che vive nella fretta, nell’urgenza, nella connessione continua ma anche nella relazione intermittente. Se gli adulti non si fermano più, se non ascoltano, se non osservano, se non testimoniano attenzione, i ragazzi non possono impararla. La tecnologia diventa così il rifugio perfetto: un luogo dove no serve confrontarsi, dove non serve cedere il posto, dove non serve fare spazio.
Il vero problema non è lo schermo: è ciò che lo schermo ormai sostituisce. È la mancanza di modelli che mostrino come si sta nel mondo reale, come si riconosce un bisogno, come si vede l’altro.
E quando la società perde la capacità di guardarsi negli occhi, ogni gesto di cura diventa un’eccezione invece che la norma.
Inclusione come gesto minimo
Tra i tanti commenti, sono stata colpita da quelli che parlano di dignità: “Ogni persona merita di essere vista”. “Non bisogna insegnare alle persone con disabilità ad adattarsi, ma alla società a includerli”. “Le leggi servono solo dove manca civiltà”. È un monito che ci riguarda tutti. Le norme possono imporre comportamenti, ma non possono generare attenzione, empatia e cura. Quelle nascono solo da una cultura che riconosce l’altro come parte di sé.
La dignità, allora, non è un tema da convegno: è un gesto minimo. È spostare uno zaino senza che nessuno debba chiederlo. Cedere un posto, non restare indifferenti ma sopprattutto saper vedere chi abbiamo accanto.
E quando una società smette di praticare questi gesti, non perde solo l’educazione: perde umanità.
