Dopo merito, competenza, esperienza, intelligenza, talento, intuito, creatività, estro, responsabilità e libertà, arriva una parola che sembra porre una domanda ancora più profonda: AUTONOMIA.
Autonomia
Perché essere liberi non significa necessariamente essere autonomi. Posso avere molte possibilità e non sapere che cosa farmene. Essere libero di scegliere, ma scegliere continuamente secondo ciò che gli altri si aspettano da me. Posso avere davanti a me infinite strade e non essere capace di riconoscere quale sia la mia. La libertà apre il campo delle possibilità. L’autonomia riguarda la capacità di orientarsi dentro quel campo.
E allora la domanda diventa: Come si diventa capaci di scegliere da sé, senza essere separati dagli altri e dal mondo?
È qui che l’autonomia diventa una parola sorprendentemente complessa. Perché non significa semplicemente: «Faccio tutto da solo». Significa piuttosto: «Sono capace di orientare la mia azione a partire da ciò che riconosco come significativo per me, dentro la situazione in cui mi trovo». E qui la parola incontra perfettamente la Giocologia.
ETIMOLOGIA
Autonomia deriva dal greco antico: autós, «sé stesso», e nómos, «legge». Letteralmente, quindi: autonomia = darsi la propria legge. È un’etimologia straordinariamente potente. Perché già nella parola troviamo una tensione fondamentale:
autós → io
nómos → regola
L’autonomia non è assenza di regole. È il rapporto che una persona stabilisce con le regole che orientano la propria condotta. Essere autonomi non significa vivere senza norme. Significa essere capaci di riconoscerle, comprenderle, assumerle, eventualmente discuterle e orientare attraverso di esse la propria azione. La parola nasce quindi con un significato profondamente politico e filosofico. Non indica semplicemente indipendenza. Indica la possibilità che un soggetto non riceva interamente dall’esterno la legge della propria azione. E qui compare già una distinzione fondamentale: indipendenza ≠ autonomia. Posso essere indipendente perché nessuno mi aiuta. Ma posso non essere affatto autonomo. Posso dipendere dagli altri e, contemporaneamente, essere profondamente autonomo nel modo in cui scelgo, interpreto e agisco. Questa distinzione diventerà fondamentale nella filosofia moderna.
FILOSOFIA
La storia filosofica dell’autonomia passa soprattutto attraverso una trasformazione decisiva: obbedire a una legge → comprendere una legge → assumere una legge come propria. Il problema diventa: da dove viene la norma che guida la mia azione? Se faccio qualcosa soltanto perché qualcuno me lo ordina, sono eteronomo. Se invece riesco a riconoscere nella mia ragione il principio della mia condotta, entriamo nel territorio dell’autonomia.
Kant
Qui Kant diventa inevitabile. Per Kant l’autonomia è uno dei concetti fondamentali della morale. L’essere umano è autonomo quando non riceve passivamente dall’esterno la legge morale, ma è capace di riconoscere razionalmente il principio secondo cui deve agire. L’opposto è l’eteronomia: la mia azione viene determinata da qualcosa che non riconosco come principio della mia stessa volontà. Il punto è straordinario. Essere autonomi non significa: «Faccio quello che mi pare». Significa: «Sono capace di dare alla mia volontà un principio che posso riconoscere come mio». E qui autonomia e libertà diventano inseparabili. La libertà non è soltanto possibilità di scegliere tra A e B. È anche capacità di essere autore della propria scelta. Da questo punto di vista possiamo costruire una sequenza:
libertà → possibilità di scegliere
autonomia → capacità di orientare la scelta
responsabilità → disponibilità a rispondere della scelta
Ed ecco che le parole delle ultime settimane iniziano a formare un sistema.
Mill e l’individualità
Con John Stuart Mill il tema dell’autonomia assume un’altra forma. La libertà individuale non riguarda soltanto la possibilità di scegliere tra opzioni già date. Riguarda anche la possibilità di sviluppare una propria individualità. Per Mill una società veramente libera deve lasciare spazio alla sperimentazione dei modi di vivere. Perché l’essere umano non è soltanto qualcuno che sceglie tra possibilità preconfezionate. È anche qualcuno che può sviluppare possibilità nuove per sé stesso. E qui autonomia e creatività si incontrano. L’autonomia non è quindi soltanto scegliere. È anche, diventare capaci di costruire il proprio modo di scegliere. Autonomia e responsabilità
Ma c’è un limite fondamentale.
Se mi considero autore della mia azione, devo anche riconoscermi responsabile delle sue conseguenze. Ed eccoci nuovamente alla parola della settimana precedente: AUTONOMIA → RESPONSABILITÀ. Più autonomia significa potenzialmente più capacità di orientare l’azione. Ma significa anche più responsabilità per ciò che quell’azione produce. Per questo autonomia e responsabilità non sono concetti opposti. Sono complementari. L’autonomia mi rende autore. La responsabilità mi rende rispondente.
STORIA
La storia moderna può essere letta anche come una lunga conquista dell’autonomia. Per secoli l’individuo è stato inserito in strutture sociali, religiose e politiche che stabilivano in larga misura chi fosse; quale fosse il suo ruolo; che cosa potesse fare; che cosa dovesse pensare; quale autorità dovesse riconoscere. La modernità introduce progressivamente una nuova figura: l’individuo capace di autodeterminarsi. Il passaggio è enorme. Non significa che le persone diventino improvvisamente indipendenti. Significa che cresce l’idea secondo cui l’individuo possiede una sfera di autodeterminazione che il potere non può legittimamente occupare completamente.
Diritti civili.
Libertà religiosa.
Libertà di coscienza.
Autodeterminazione politica.
Istruzione.
Libertà di espressione.
Sono tutte conquiste che, in forme diverse, ampliano lo spazio dell’autonomia personale. E qui la storia produce una trasformazione decisiva: dal suddito al cittadino. Il suddito riceve una legge. Il cittadino partecipa alla costruzione della legge e può riconoscersi come soggetto di diritti. L’autonomia, quindi, non è soltanto una caratteristica psicologica. È anche una conquista politica.
SCIENZE
Qui l’autonomia diventa particolarmente interessante perché le scienze contemporanee hanno progressivamente mostrato quanto l’essere umano sia dipendente dalle relazioni. Per molto tempo abbiamo immaginato l’individuo autonomo come un soggetto separato: io da una parte; il mondo dall’altra. Ma neuroscienze, psicologia dello sviluppo, scienze cognitive e scienze sociali raccontano una storia molto più complessa. L’essere umano diventa sé stesso attraverso le relazioni. Il bambino sviluppa progressivamente capacità di autoregolazione grazie all’interazione con gli altri. Il cervello non funziona come un computer isolato. La percezione è continuamente influenzata dal corpo, dall’ambiente e dall’esperienza. Le decisioni sono immerse in contesti sociali. E questo ci obbliga a ripensare l’autonomia. Forse essere autonomi non significa essere indipendenti dal mondo. Significa essere capaci di orientarsi nel mondo. Questa distinzione è fondamentale. L’autonomia non elimina la dipendenza. La rende abitabile. Dipendiamo dall’aria, dal cibo, dal linguaggio. Dalle relazioni. Dalla cultura. Dalla società. Dalle persone che ci hanno cresciuto. Eppure possiamo essere autonomi. Perché autonomia non significa non avere bisogno di nulla. Significa poter partecipare attivamente alla configurazione della propria condotta dentro una rete di dipendenze e possibilità.
POLITICA
In politica l’autonomia assume almeno due significati. Da una parte c’è l’autonomia dell’individuo. Dall’altra l’autonomia delle comunità. Un territorio può avere autonomia senza essere completamente indipendente. Un ente può avere autonomia decisionale pur appartenendo a una struttura più ampia. Una comunità può darsi alcune proprie regole senza essere separata dalle altre. Ed è proprio qui che emerge una delle caratteristiche più interessanti dell’autonomia: autonomia non significa separazione. Posso essere autonomo e appartenere. Posso avere una mia voce senza negare quella degli altri. Assumere una decisione personale dentro una comunità. Posso contribuire alla costruzione di regole condivise. La democrazia, in questo senso, può essere letta anche come una forma istituzionale di autonomia. Non soltanto essere governati, ma partecipare, direttamente o indirettamente, alla determinazione delle regole che governano la vita collettiva. E ritorna la radice greca: autós + nómos. Darsi la propria legge. Ma attenzione, questo on significa che ognuno possa inventarsi una legge privata. Significa partecipare a un ordine nel quale la persona non è semplicemente oggetto della norma, ma anche soggetto.
RELIGIONE
Anche nella religione l’autonomia assume una forma particolare. Qui il problema diventa: come può essere autonoma una persona che riconosce un ordine trascendente? La risposta non è necessariamente nella contrapposizione tra autonomia e fede. Nella tradizione cristiana, per esempio, la libertà non coincide con il semplice fare ciò che si desidera. La libertà è orientamento verso il bene. E la coscienza assume un ruolo fondamentale. La persona non è chiamata semplicemente a eseguire meccanicamente un comando. È chiamata a discernere, scegliere, assumere una decisione e risponderne. In questo senso possiamo ritrovare ancora una volta la sequenza: coscienza → scelta → azione → responsabilità. L’autonomia diventa allora una forma di maturità. Non, «Nessuno può dirmi cosa fare». Ma, «Sono capace di riconoscere ciò che ritengo giusto e di orientare consapevolmente la mia vita verso di esso».
CALCIO
E qui l’autonomia diventa, forse, ancora più concreta. Perché il calcio è un gioco nel quale il giocatore deve continuamente prendere decisioni. L’allenatore può preparare un sistema. Può spiegare principi, indicare movimenti. Può stabilire compiti. Ma quando la palla arriva al giocatore, la situazione reale non è mai esattamente quella prevista. L’avversario si muove. Il compagno cambia posizione. Si apre uno spazio. Ne scompare un altro. Il tempo si riduce. La pressione aumenta. E allora arriva il momento nel quale il giocatore deve interpretare. Non può semplicemente eseguire. Deve scegliere. Ed è qui che emerge l’autonomia del giocatore. Il giocatore autonomo non è quello che fa ciò che vuole. È quello che sa decidere ciò che la situazione richiede senza perdere il senso del gioco. Un centrocampista riceve palla. Ha una soluzione preparata. Ma vede che il terzino avversario è uscito in pressione. Può eseguire il comportamento previsto. Oppure può riconoscere una possibilità nuova. Può giocare dentro. Può cambiare lato, portare palla, rallentare. La sua autonomia emerge nella capacità di non essere prigioniero dello schema. Ma nemmeno del proprio impulso. È libero dentro il gioco. Ed è proprio questo il paradosso: più il giocatore comprende il gioco, più può essere autonomo nel giocarlo. L’autonomia, quindi, non nasce dall’assenza di vincoli. Nasce dalla capacità di abitare intelligentemente i vincoli.
LA FRASE DELLA SETTIMANA
Se dovessi condensare tutto il lavoro in una sola frase, sceglierei questa: La libertà apre le possibilità; l’autonomia ci rende capaci di orientarci dentro di esse. Ma possiamo fare un passo ulteriore. Perché la parola autonomia sembra collegare magnificamente quelle che abbiamo incontrato finora: la competenza mi permette di fare; l’esperienza mi permette di apprendere da ciò che ho fatto; l’intelligenza mi permette di comprendere; il talento mi offre possibilità; l’intuizione mi permette di coglierne alcune prima; la creatività mi permette di farne emergere di nuove; l’estro mi permette di esprimerle in modo singolare; la responsabilità mi chiede di rispondere di ciò che faccio; la libertà mi apre lo spazio della scelta; l’autonomia mi permette di orientare quella scelta. Ma c’è una domanda che rimane. Se l’autonomia è la capacità di orientare la propria azione, chi è quel «sé» che si orienta? Chi è l’autore della scelta? Chi è colui che dice: «Questa possibilità la riconosco come mia»? Ed è forse qui che la prossima parola comincia già ad affacciarsi “INDIVIDUO”.
GIOCOLOGIA
Nel paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, l’autonomia non può essere interpretata come indipendenza del soggetto dal mondo. Il giocatore non esiste prima della situazione per poi entrarci dentro. È un organismo incarnato, immerso in un ambiente, in relazione con altri organismi, oggetti, regole, spazi, tempi e possibilità d’azione. L’autonomia emerge precisamente dentro questa relazione. Non è quindi fare da soli. È essere capaci di orientare il proprio agire nella situazione. Fenomenologia: autonomia come esperienza vissuta.
Dal punto di vista fenomenologico, l’autonomia non è innanzitutto un concetto. È un’esperienza. È quel particolare vissuto nel quale sento che: «Questa scelta è mia». Posso essere influenzato, essere condizionato, avere ricevuto indicazioni. Posso trovarmi dentro una situazione che non ho scelto. E tuttavia posso ancora percepire una possibilità di orientamento. L’autonomia si manifesta proprio in quello spazio. Non significa avere il controllo di tutto. Significa percepire di poter partecipare alla direzione di ciò che accade. Nel gioco questo è evidente. Il giocatore sente la pressione dell’avversario. Percepisce il compagno. Avverte lo spazio. Sente il tempo. E dentro questa complessità emerge una possibilità. Non è una decisione puramente mentale. È una scelta incarnata.
Enattivismo: autonomia come capacità di auto-organizzarsi
L’enattivismo permette di compiere un passo ulteriore. Un organismo vivente non è semplicemente un oggetto che reagisce agli stimoli. È un sistema capace di mantenere e trasformare la propria organizzazione attraverso l’interazione con l’ambiente. In questo senso l’autonomia non significa separazione. Significa auto-organizzazione nella relazione. L’organismo mantiene una propria identità proprio mentre interagisce con ciò che lo circonda. E questo cambia profondamente il significato dell’autonomia. Non sono autonomo perché il mondo non mi influenza. Sono autonomo quando riesco a mantenere una direzione propria mentre sono continuamente influenzato dal mondo. Il giocatore riceve informazioni. L’ambiente lo vincola. Gli altri modificano le sue possibilità. Ma egli contribuisce contemporaneamente a modificare quell’ambiente. È un circuito, io → ambiente → io → ambiente. L’autonomia vive dentro questo circuito.
Nel gioco: autonomia come emergenza della scelta
Nel gioco nessuna situazione è completamente determinata in anticipo. Le regole definiscono il campo. Ma non definiscono ogni azione possibile. Il sistema di gioco orienta. Ma non determina ogni comportamento. L’allenatore propone. Ma il giocatore interpreta. Il compagno offre una possibilità. L’avversario ne chiude un’altra. Il contesto cambia. E il giocatore deve continuamente riorganizzare la propria condotta. Per questo possiamo dire, l’autonomia del giocatore emerge nella capacità di trasformare i vincoli in possibilità d’azione. Non è l’assenza di vincoli a rendere autonomo il giocatore. Sono proprio i vincoli a costituire il campo dentro il quale l’autonomia può manifestarsi. Un giocatore senza regole non avrebbe un gioco, senza avversari non avrebbe quella situazione. Un giocatore senza compagni non avrebbe quelle possibilità relazionali. L’autonomia emerge quindi nel rapporto con ciò che non dipende interamente da me.
Autonomia ≠ individualismo
Questa distinzione è fondamentale. Autonomia non significa, «Penso soltanto a me». Non significa, «Non ho bisogno degli altri». E nemmeno, «Faccio quello che voglio». Nel paradigma fenomenologico-enattivo, il soggetto è costitutivamente relazionale. Il mio agire modifica gli altri. L’agire degli altri modifica me. La mia possibilità dipende anche dalle possibilità che gli altri fanno emergere. Per questo un giocatore veramente autonomo non è quello che cerca continuamente la soluzione individuale. È quello che sa assumere una scelta propria dentro una situazione condivisa. L’autonomia, quindi, non distrugge la relazione. La rende più ricca.
Autonomia come capacità di risposta
Possiamo quindi costruire una relazione molto precisa:
LIBERTÀ → posso scegliere AUTONOMIA → posso orientare la scelta
RESPONSABILITÀ → posso rispondere di ciò che scelgo
E nella Giocologia queste tre dimensioni non sono separate. Sono momenti dello stesso processo. Il giocatore percepisce. Riconosce possibilità. Sceglie. Agisce. Osserva ciò che emerge. Modifica la propria condotta. E continua a giocare.
L’autonomia del giocatore
Il giocatore autonomo non è quello che disobbedisce. Non è quello che improvvisa sempre. Non è quello che rifiuta il sistema di gioco. È quello che comprende sufficientemente il gioco da poter agire oltre l’esecuzione meccanica di un comando. Sa quando rispettare il principio, quando adattarlo, quando modificarlo. Sa quando creare una possibilità che prima non esisteva. In questo senso l’autonomia è strettamente legata alla competenza. Più comprendo il gioco, più possibilità riesco a riconoscere. Inoltre più possibilità riconosco, più posso scegliere. Più posso scegliere, più posso assumere responsabilità. E allora l’autonomia non è il contrario della competenza. È, in un certo senso, una sua forma matura.
LA DEFINIZIONE GIOCOLOGICA
Se dovessimo condensare tutto in una definizione coerente con il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, proporrei: AUTONOMIA è la capacità incarnata di orientare il proprio agire dentro una situazione relazionale, trasformando vincoli e possibilità in scelte proprie e significative. Oppure, in una formula più essenziale: Autonomia è la capacità di orientare il proprio agire senza separarsi dalla situazione di cui si è parte. E questa definizione ci permette di completare, almeno provvisoriamente, il percorso:
competenza = la manifestazione dei miei agiti
esperienza = ciò che ho vissuto
intelligenza = ciò che so comprendere
talento = ciò che posso esprimere
intuizione = ciò che percepisco emergere
creatività = ciò che posso far emergere di nuovo
estro = il modo singolare in cui lo faccio
responsabilità = il modo in cui rispondo a ciò che, attraverso il mio agire, contribuisco a far emergere
libertà = lo spazio delle possibilità dentro cui posso scegliere
autonomia = il modo in cui oriento la mia scelta dentro la situazione
E forse è proprio qui che l’autonomia ci conduce naturalmente alla parola successiva. Perché se autonomia significa essere autore del proprio modo di agire, allora dobbiamo ancora chiederci: chi è questo autore? Che cosa significa essere «sé stessi»? E soprattutto, che cosa significa essere un individuo dentro un mondo fatto di altri individui?
Tre libri
Luigi Pirandello — Uno, nessuno e centomila
Italo Svevo — La coscienza di Zeno
Natalia Ginzburg — Lessico famigliare
Un’opera pittorica
Giorgio de Chirico — Autoritratto.
Un film
Federico Fellini — 8½
Una canzone
Franco Battiato — Centro di gravità permanente.
Prof Raffaele Di Pasquale allenatore UEFA PRO


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