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La Polizia di Stato ha eseguito il fermo, disposto dalla Procura di Milano, di Carmelo Cinturrino. E’ l’assistente capo di Polizia accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Di seguito quanto apprendiamo da Rainews.it
La Polizia di Stato ha eseguito l’ordine della Procura di Milano
Carmelo Cinturrino potrebbe fuggire perché nella sua disponibilità sono stati trovati diversi “alloggi”. Questo si apprende sul fermo, motivato dal pericolo di fuga. Nella richiesta al gip di convalida del fermo del sostituto Giovanni Tarzia e del Procuratore Marcello Viola si farebbe riferimento a un “pesantissimo” rischio di inquinamento probatorio. Ci sarebbe anche pericolo di reiterazione di altri reati, si sottolinea la pericolosità sociale del 41enne di Messina. Pericolosità che, secondo fonti inquirenti, emergerebbe in modo “inquietante” dalle indagini. Nel provvedimento di fermo della Procura di Milano leggiamo che Mansouri “non ha mai impugnato la pistola”. Di contro Cinturrino, “lungi dall’aver spostato l’arma con un semplice gesto”, “l’ha maneggiata in modo tale da lasciare tracce biologiche in più punti”. Dalle analisi tecniche emerge “l’assenza, sulla pistola, di tracce genetiche riferibili alla vittima. Sono, invece, presenti tracce biologiche” dell’assistente capo della Polizia di Stato “sulla guanciola destra, sia sul grilletto/ponticello sia sul cane sia sul dorso dell’impugnatura dell’arma”. Si terrà domani 24 febbraio l’interrogatorio del poliziotto. Il gip Domenico Santoro interrogherà l’agente, difeso dall’avvocato Piero Porciani. A questi spetterà decidere sulla richiesta di convalida del fermo e di applicazione della custodia cautelare in carcere.
Testimone, Mansouri colpito dall’agente mentre stava scappando
Il teste oculare, un “cittadino afgano” che si trovava nel boschetto della droga di Rogoredo quel pomeriggio, “ha riferito di aver visto il Mansouri dapprima impegnato in una conversazione telefonica“. Poi, “accortosi della presenza dei poliziotti, li avrebbe minacciati, da una distanza di circa 28 metri, mediante il gesto di tirare una pietra”. Infine quanto scrivono il procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia nel decreto di fermo. “Avvedutosi che uno dei poliziotti aveva estratto l’arma, ha girato il proprio corpo a sinistra, ovvero verso l’area boschiva al fine di scappare. Quindi è stato attinto da un colpo alla testa che lo ha fatto cadere in posizione prona, ovvero con la faccia verso il terreno”. Una ricostruzione che ha anche “trovato parziale conferma nelle dichiarazioni rese da una altra persona escussa dalla difesa del fratello della vittima”. Altro teste che avrebbe “dichiarato, tra l’altro, di aver chiamato il Mansouri nel momento in cui veniva attinto dal colpo”.
Le parole del testimone
I pm riportano che la versione della legittima difesa di Cinturrino “è smentita” da più elementi. Tra questi “la posizione del corpo del Mansouri al momento dello sparo”, l’assenza “di una pistola, ovvero di una concreta minaccia da cui era necessario difendersi, la dinamica della caduta, la tempestività della chiamata dei soccorsi”. E dalle testimonianze del teste oculare e del collega di Cinturrino che hanno “trovato numerosi ed incontestabili riscontri”. L’assistente capo ha colpito “coscientemente e volontariamente” Mansouri alla “sagoma”, mentre “cercava una via di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri, il lancio di una pietra, ovvero avesse minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli”.
I pm evidenziano anche “il grave ritardo con cui furono allertati i soccorsi”, con Cinturrino che “tranquillizzò tutti i colleghi sul fatto di aver chiamato la Centrale”, ma non era vero. Passarono 23 minuti. Nel decreto di fermo i pm evidenziano il pericolo di fuga: è “residente in Sicilia, e dimorante ufficialmente presso il Commissariato”, ma ha “la possibilità di alloggiare anche a Milano ed a Carpiano”.
I colleghi di Cinturrino
Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, il 26 gennaio, avrebbe mentito ai colleghi, dicendo loro di aver chiamato i soccorsi, mentre il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa. In realtà, la chiamata è partita più di venti minuti dopo. Emerge dalle dichiarazioni fatte ieri da quattro agenti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, durante l’interrogatorio reso al pm titolare dell’inchiesta. I quattro non avrebbero avuto alcun ruolo nell’omicidio. Ognuno di loro, sebbene con posizioni differenti (uno era vicino a Cinturrino quando ha sparato, gli altri sono arrivati dopo), ha dichiarato che il 42enne ha gestito le fasi successive allo sparo, mentendo sulla chiamata ai soccorsi.
La ricostruzione della Procura di Milano
Stando alla ricostruzione della Procura diretta da Marcello Viola, basata anche sulle analisi delle telecamere di quell’area, l’agente che era più vicino a Cinturrino (l’unico teste oculare dell’omicidio, a quanto pare). Costui sarebbe andato al commissariato Mecenate, tornando al boschetto con una borsa. L’ipotesi è che quella replica di una pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata, come aveva detto, invece, Cinturrino parlando di legittima difesa. Una ricostruzione che conferma anche le indagini difensive degli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia della vittima. Nelle indagini, tra l’altro, è stato appurato che Mansouri, poco prima di essere ucciso, era al telefono con un altro presunto pusher, che gli avrebbe detto “attento c’è la polizia scappa”. Poi, lo avrebbe richiamato ma il giovane non avrebbe più risposto, perché era già a terra. Da quel momento sono stati calcolati quei 23 minuti di ritardo nell’allertare il 118, per come ricostruito finora dagli investigatori.
