Scansionare un codice a barre, leggere un colore e decidere. È davvero così semplice mangiare bene?
Negli ultimi anni Yuka è entrata nelle abitudini di moltissime persone. Basta inquadrare il codice a barre di un prodotto per ottenere in pochi secondi un punteggio, accompagnato da un colore: verde, arancione o rosso.
È semplice, immediata e può essere sicuramente uno strumento interessante.
Ma proprio perché viene utilizzata da così tante persone, credo sia importante fermarsi un attimo e porsi una domanda:
possiamo davvero lasciare che sia un numero a decidere cosa mettere nel nostro carrello?
Il problema, sia chiaro, non è Yuka. È il modo in cui scegliamo di utilizzarla.
Un algoritmo non può raccontare tutta la storia di un alimento
Yuka non presenta il proprio punteggio come un giudizio assoluto sulla qualità di un prodotto. Per gli alimenti, il punteggio considera diversi elementi: il 60% riguarda la qualità nutrizionale, il 30% la presenza di additivi e il 10% la certificazione biologica.
La componente nutrizionale si basa sul metodo Nutri-Score e prende in considerazione, tra gli altri fattori, energia, zuccheri, sale, grassi saturi, proteine e fibre.
Sono informazioni che possono essere utili.
Ma un algoritmo, per quanto sofisticato, non conosce la nostra alimentazione nel suo complesso.
Non sa cosa abbiamo mangiato a colazione, quanta attività fisica facciamo, quanto spesso consumiamo quel prodotto, quale quantità ne mangiamo o come lo inseriamo nel resto della giornata.
E soprattutto non può stabilire, da solo, se quell’alimento sia adatto alle nostre esigenze.
Un bollino verde non significa “mangialo senza pensarci”
Questo è forse il rischio più grande.
Davanti a un prodotto con un punteggio elevato potremmo pensare:
“Questo fa bene.”
Davanti a uno con un punteggio basso:
“Questo fa male.”
Ma la nutrizione non funziona per semafori.
Un alimento non diventa automaticamente salutare perché ha ricevuto un punteggio alto e non diventa automaticamente dannoso perché ha ottenuto un punteggio basso.
Conta il contesto.
Conta la quantità, la frequenza, la qualità complessiva dell’alimentazione e il modo in cui quel prodotto viene inserito nella nostra giornata.
La stessa Yuka specifica che il proprio punteggio non rappresenta un giudizio assoluto sulle proprietà salutari di un prodotto e che quantità, frequenza di consumo e stile di vita sono elementi importanti.
E poi ci sono gli ingredienti, che non dovremmo smettere di leggere
Qui arriviamo a un punto che, personalmente, considero fondamentale.
Un’app può aiutarci a conoscere meglio un prodotto, ma non dovrebbe farci dimenticare come si legge un’etichetta.
La lista degli ingredienti rimane uno degli strumenti più importanti che abbiamo a disposizione quando facciamo la spesa.
E c’è un dettaglio interessante: nelle proprie condizioni d’uso, Yuka precisa che le informazioni presenti nel database possono contenere errori e che non viene garantita la completa accuratezza della composizione dei prodotti.
Per questo, dopo aver scansionato un alimento, il mio consiglio è molto semplice:
girate la confezione e leggete l’etichetta.
Additivo rosso: dobbiamo davvero avere paura?
Un altro aspetto che può generare confusione riguarda gli additivi.
Yuka attribuisce agli additivi una propria classificazione del livello di rischio e può penalizzare il punteggio del prodotto in base alla presenza di determinate sostanze.
Questo può essere uno stimolo interessante per attirare l’attenzione del consumatore.
Ma “additivo” non significa automaticamente “pericoloso”.
La sicurezza di una sostanza deve essere valutata sulla base delle evidenze scientifiche, della dose, dell’esposizione e delle condizioni di utilizzo.
Non basta quindi vedere un ingrediente evidenziato in rosso per concludere che quel prodotto sia dannoso.
La divulgazione scientifica dovrebbe fare esattamente il contrario del terrorismo alimentare:
non creare paura, ma fornire strumenti per capire.
Informare significa rendere le persone più libere
È questo, secondo me, il punto centrale.
Oggi abbiamo a disposizione una quantità enorme di informazioni sulla nutrizione: app, social, influencer, video, pubblicità ed etichette.
Ma avere tante informazioni non significa necessariamente essere informati.
Essere informati significa saperle interpretare.
Una buona educazione alimentare non dovrebbe dirci semplicemente:
“Questo è buono. Questo è cattivo.”
Dovrebbe insegnarci a chiederci:
“Perché questo prodotto ha queste caratteristiche? E che ruolo può avere nella mia alimentazione?”
Quindi Yuka sì o no?
Sì, ma con consapevolezza.
Può essere utile per confrontare prodotti simili, per incuriosirci e soprattutto per spingerci a prestare maggiore attenzione a ciò che acquistiamo.
Ma non dovrebbe diventare il nostro nutrizionista tascabile.
La prossima volta che fate la spesa potete tranquillamente scansionare il vostro prodotto.
Poi, però, fate qualcosa di ancora più importante:
girate la confezione.
Leggete gli ingredienti.
Guardate la tabella nutrizionale.
Valutate le porzioni.
Considerate il contesto.
E chiedetevi:
“Questo alimento, inserito nella mia alimentazione e nelle mie abitudini, ha senso?”
Perché mangiare bene non significa inseguire continuamente il bollino verde.
Significa imparare a scegliere.
E forse, in un mondo in cui siamo sommersi dalle informazioni, la vera educazione alimentare non consiste nell’insegnare alle persone cosa pensare, ma nel dare loro gli strumenti per leggere, comprendere e scegliere consapevolmente.
Alessandra Cirillo
Biologa Nutrizionista
Il benessere nasce a tavola, ma cresce nelle scelte che facciamo ogni giorno.
