COME SAREBBE BELLO SE FOSSE SEMPRE BELGIO NEL MONDO
Ieri sera il Belgio ha travolto gli Stati Uniti. È stata una partita di calcio, certo. Novanta minuti, un pallone, un risultato. Eppure, come spesso accade nello sport, il campo ha raccontato qualcosa che va oltre il tabellone.
Per un attimo è sembrato che il talento avesse avuto la meglio sulla presunzione, il gioco di squadra sulla forza esibita, la competenza sulla convinzione di essere destinati a vincere per diritto naturale.
Naturalmente il calcio non è la politica, né la storia. Gli Stati Uniti non sono “i cattivi” e il Belgio non rappresenta automaticamente “i buoni”. Sarebbe una lettura infantile. Ma le metafore servono proprio a questo: a suggerire immagini che aiutano a riflettere.
E allora viene da pensare a quanto sarebbe bello se, anche nel mondo reale, il Belgio vincesse più spesso.
Non il Belgio come nazione, ma il Belgio come simbolo di chi non urla più forte degli altri, di chi non pretende obbedienza, di chi non confonde il potere con la ragione.
Viviamo un tempo in cui troppo spesso l’arroganza viene scambiata per leadership e il servilismo per senso delle istituzioni. Chi detiene il potere pretende consenso anziché confronto; e troppe istituzioni, invece di esercitare il proprio ruolo di controllo e di garanzia, finiscono per piegarsi, adattarsi, giustificare.
La storia, però, ci insegna che non sempre è andata così.
Pensiamo alla caduta del Muro di Berlino. Nessun impero è stato abbattuto dalla sola forza militare, ma dalla perseveranza di milioni di persone che hanno continuato a credere nella libertà anche quando sembrava impossibile. Oppure al movimento guidato da Mahatma Gandhi, che dimostrò come un impero potesse essere sfidato senza eserciti, ma con la forza morale della nonviolenza.
Pensiamo ancora a Václav Havel, un intellettuale che, armato soltanto delle sue idee e della sua coerenza, contribuì a sgretolare un regime che sembrava eterno. O a Nelson Mandela, che seppe trasformare decenni di oppressione in un progetto di riconciliazione invece che di vendetta.
E come non ricordare le Quattro giornate di Napoli. Tra il 27 e il 30 settembre 1943 non furono eserciti regolari a liberare Napoli dall’occupazione nazista, ma un popolo. Operai, studenti, militari sbandati, sacerdoti, donne, anziani e perfino ragazzi decisero che la paura non poteva più governare le loro vite. Per quattro giorni una città intera dimostrò che la dignità può essere più forte delle armi e che il coraggio collettivo può piegare anche un esercito ritenuto invincibile. Non vinsero perché erano i più forti. Vinsero perché avevano deciso di non essere più sudditi.
Anche l’Italia conosce altri esempi straordinari. I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sapevano benissimo di affrontare un potere infinitamente più forte di loro. Non avevano eserciti né privilegi. Avevano soltanto la legge, la preparazione e il coraggio. E proprio per questo continuano a rappresentare una vittoria della dignità sull’intimidazione.
La storia non avanza grazie ai potenti che si credono invincibili. Avanza grazie a donne e uomini che studiano, dubitano, discutono, costruiscono, resistono. Persone spesso silenziose, quasi mai celebrate mentre sono in vita, ma indispensabili perché una società rimanga libera.
Per questo la partita di ieri può lasciare un’immagine che vale più del risultato sportivo.
Sarebbe bello se il mondo assomigliasse più spesso a quel Belgio capace di battere un avversario considerato più potente. Sarebbe bello vedere la cultura prevalere sulla propaganda, l’intelligenza sull’arroganza, il merito sulla fedeltà cieca, il senso critico sull’obbedienza interessata.
Perché le vittorie che cambiano davvero la storia non sono quelle conquistate imponendo la propria forza.
Sono quelle che dimostrano che la forza, da sola, non basta.
E forse è proprio questo il messaggio più bello che, qualche volta, anche una partita di calcio riesce a regalarci.
A cura del prof, Raffaele Di Pasquale

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