Fonte immagine: Sofascore
Eccoci entrati nel decennio ’60. Nel 1962 i Mondiali tornarono in Sudamerica, lo strettissimo e lunghissimo Cile ospitò la massima rassegna calcistica. La Dea bendata non fu prodiga nei confronti degli italiani, che costituivano una buona compagine. Infatti il girone iniziale comprendeva oltre alla Germania Ovest e la Svizzera, i cileni padroni di casa.
Cile, la “Battaglia di Santiago”
Dopo un pareggio a reti inviolate contro i teutonici, ecco avvenire quella che passerà alla storia come la “Battaglia di Santiago”. Quel 2 giugno 1962 allo Stadio Nacional della capitale cilena, avvenne di tutto tranne che una partita di calcio. Cile e Italia giocarono in un clima di guerra vera e propria. Tutto il popolo cileno era infatti inferocito contro gli italiani a causa di un paio di incauti articoli giornalistici. Il primo era di Antonio Ghirelli del Corriere della Sera e il secondo di Corrado Pizzinelli de La Nazione. I pezzi definirono il Cile un paese sottosviluppato in cui violenza e prostituzione dilagavano. In campo i cileni aggredirono gli azzurri, con la complicità dell’arbitro, l’inglese Aston. Questi, dopo aver permesso la rottura del setto nasale a Maschio, espulse per reazione David (anch’egli malmenato dai cileni) e il torinista Ferrini che reagì alle violenze dei sudamericani. In 9 contro 11, gli azzurri resistettero fino al 74mo quando capitolarono la prima volta ad opera di Ramirez ed infine all’88mo quando uno dei killer cileni graziati, Toro, raddoppiò. La successiva vittoria contro la Svizzera fu inutile.
Il Brasile elimina i cileni in semifinale
I cileni arrivarono fino in semifinale, a fare giustizia ci pensò il Brasile, campione in carica, che però non poteva contare sulle giocate di Pelé perché infortunato. Le due semifinali mettevano di fronte da una parte due sudamericane, Brasile e Cile appunto, e dall’altra parte del tabellone due europee, Cecoslovacchia e Jugoslavia, tradizionali esponenti del calcio carpatico/danubiano. Tra i cechi la figura d’eccellenza era Josef Masopust, il primo vero “metronomo” del calcio mondiale, che peraltro quell’anno ottenne il prestigioso Pallone d’Oro.
I Cechi superarono per 3 a 1 gli slavi, mentre, nell’altra semifinale, il Brasile, nonostante il 4 a 2 finale, faticò non poco a piegare la resistenza dei padroni di casa. Il piccolo grande “Angelo dalle gambe storte”, Garrincha, nonostante i ripetuti e terribili falli subiti, realizzò una strepitosa doppietta. Poi nel finale, dopo l’ennesimo colpo subito, rispose alla violenza e l’arbitro lo espulse. Mentre stava uscendo dal campo, scortato dalla polizia cilena, una grossa pietra lanciata dagli spalti lo colpì.
La FIFA grazia Garrincha
La F.I.F.A. resasi conto del clima di caccia all’uomo (Lev Jascin, il mitico portiere russo ne fu vittima ai quarti di finale) a cui furono sottoposte tutte le squadre che incontrarono i rossi di Santiago, graziò Garrincha che fu regolarmente in campo nella finalissima del 17 giugno. Nonostante il breve vantaggio iniziale dei cechi grazie a Masopust, la Cecoslovacchia venne dapprima raggiunta da Amarildo, degno sostituto di Pelè e superato nella ripresa grazie ai leggendari Didì e Vavà. Dopo Uruguay e Italia, anche il Brasile aveva due stelle sulla mitica maglia, ancora per poco tempo, verde/ oro.
Il Cile di Pinochet
I cileni dopo aver continuamente improntato un torneo sulla violenza in campo e sulle tribune, non accettavano di venire estromessi da una squadra tecnicamemente migliore. Il messaggio che lasciarono chiaramente trasparire fu questo e infatti per decenni, complice anche la successiva dittatura di Pinochet, il paese non ospitò più alcuna manifestazione sportiva di livello mondiale, a parte la finale di Coppa Davis 1976, vinta dalla squadra italiana.
A cura di Raffaele Geminiani
