Per qualche giorno è sembrato che la crisi della Nazionale italiana avesse trovato una soluzione. Andrea Pirlo, uno dei simboli del Mondiale 2006, appariva destinato a raccogliere l’eredità di una Nazionale sprofondata nella più grave crisi della sua storia recente. Poi, nel giro di poche ore, tutto è cambiato. Non per ragioni tattiche. Non per un ripensamento sulle sue qualità di allenatore. Ma perché la politica è entrata a gamba tesa nella scelta del commissario tecnico.
È qui che il caso Pirlo diventa interessante. E, soprattutto, emblematico.
Il primo piano di lettura è quello tecnico. Pirlo è stato uno dei più grandi calciatori della storia italiana, ma questo non basta per farne automaticamente un grande allenatore. La sua esperienza in panchina racconta di intuizioni interessanti, ma anche di risultati altalenanti. La Juventus gli affidò una squadra costruita per vincere tutto quando era praticamente un esordiente; la Sampdoria non riuscì a invertire la rotta; l’esperienza negli Emirati resta troppo periferica per costituire una certificazione internazionale. Chi lo propone alla guida della Nazionale compie inevitabilmente una scommessa, non una scelta fondata su certezze.
Ma il problema non è nemmeno questo.
Una federazione reduce dal fallimento di tre qualificazioni mondiali consecutive non ha bisogno soltanto di un commissario tecnico. Ha bisogno di un progetto. Un’identità di gioco, una filiera tecnica, una valorizzazione del talento, una riforma dei vivai, un rapporto nuovo tra club e Nazionale. Il nome dell’allenatore dovrebbe essere il punto d’arrivo di questo percorso, non il punto di partenza.
È proprio qui che emerge il ruolo di Paolo Maldini.
Secondo le ricostruzioni di queste settimane, Pirlo rappresentava soprattutto una scelta di Maldini, il volto tecnico del nuovo corso federale. Non un semplice allenatore, ma il primo tassello di una precisa idea di calcio: maggiore centralità del talento, qualità tecnica, ricostruzione dell’identità azzurra.
La domanda, allora, è inevitabile: quanto è realmente autonoma questa impostazione?
Perché la vicenda delle ultime ore sembra raccontare il contrario. È bastata una polemica politica, nata dal rapporto commerciale di Pirlo con una società di scommesse russa, per mettere in discussione una scelta che appariva ormai definita. Le critiche istituzionali hanno rapidamente trasformato una valutazione sportiva in una questione di opportunità pubblica.
È il terzo livello del caso: quello politico.
C’è ancora chi sostiene che sport e politica debbano restare separati. È una formula rassicurante, ma sempre meno aderente alla realtà. Una Nazionale non è un club privato. È una rappresentanza dello Stato, un simbolo collettivo, un patrimonio identitario. Chi la guida diventa inevitabilmente una figura pubblica anche sotto il profilo istituzionale.
Le scelte, i rapporti economici, le collaborazioni internazionali non sono più considerate fatti esclusivamente privati. Possono diventare un elemento di valutazione politica, soprattutto in un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia. Piaccia o no, il calcio contemporaneo vive dentro questo scenario.
Pirlo ha sostenuto che la sua collaborazione fosse esclusivamente commerciale e priva di qualsiasi significato politico. È una posizione legittima. Ma altrettanto legittimo è osservare che, quando si rappresenta la Nazionale italiana, la percezione pubblica diventa essa stessa un fatto politico.
Per questo il vero tema non è Pirlo.
Il vero tema è capire quale autonomia abbiano oggi uomini come Maldini. Se davvero il nuovo direttore tecnico aveva individuato nel campione bresciano il profilo più coerente con il proprio progetto, a rapidità con cui quella scelta è stata rimessa in discussione dimostra che l’autonomia tecnica incontra limiti molto precisi quando entra in collisione con le valutazioni politiche e istituzionali.
La vicenda, allora, va ben oltre il nome del prossimo commissario tecnico.
Racconta un calcio italiano che continua a oscillare tra emergenza e improvvisazione; che cerca nei grandi nomi una scorciatoia per uscire dalla crisi; che parla di progettualità ma viene travolto dagli eventi; e che continua a illudersi che la competenza tecnica possa essere separata dal contesto culturale e politico in cui opera.
Il caso Pirlo insegna esattamente il contrario. Oggi il commissario tecnico della Nazionale non è soltanto un allenatore. È anche un simbolo. E i simboli, nel bene e nel male, non sono mai politicamente neutrali. Tornando a Paolo Maldini, se davvero gli è stata affidata la responsabilità di delineare il nuovo corso della Nazionale, proprio la scelta di Pirlo merita una riflessione. Solo pochi giorni prima il dibattito ruotava attorno a profili come Pep Guardiola: un’ipotesi probabilmente irrealistica, ma coerente con l’idea di una svolta radicale, di un salto culturale prima ancora che tecnico. Nel giro di pochissimo tempo, però, il baricentro si è spostato su Andrea Pirlo, amico personale di Maldini e compagno di mille battaglie con Milan e Nazionale.
Il problema non è l’amicizia, che nel calcio ha sempre avuto un peso. Il problema è un altro: possibile che, tra Guardiola e Pirlo, non esistesse una terza via? Possibile che il panorama degli allenatori italiani ed europei non offrisse un profilo già consolidato, capace di coniugare esperienza, innovazione e autorevolezza internazionale? Se l’obiettivo era aprire un nuovo ciclo, la sensazione è che si sia passati troppo rapidamente dal sogno all’affidamento a una figura familiare, alimentando il dubbio che la scelta sia stata dettata più dalla fiducia personale che da una valutazione comparativa realmente ampia.
Anche questo, in fondo, fa parte del tema dell’autonomia: un dirigente è davvero autonomo quando può scegliere il migliore tra molte opzioni, non quando finisce per rifugiarsi nel perimetro delle proprie relazioni.P.S. “Siamo il paese in cui una persona non può fare il Commissario Tecnico della Nazionale, se ha un contratto con una società russa ma in cui un ex lobbista delle armi può fare il ministro della difesa, il vicepremier può stringere la mano di un genocida mentre compie un genocidio, una indagata per truffa ai danni dello Stato può fare la ministra, un sottosegretario alla Giustizia può aprire società con un prestanome della camorra e potrei andare avanti a lungo con l’elenco.
Ci si scandalizza poi perché il contratto è legato alle scommesse sportive quando questo paese riesce a malapena a stare a galla con le entrate di Lotto, Superenalotto, Gratta e vinci, azzardi vari che speculano sulla disperazione della gente che, nel frattempo, ha paura a fare il pieno di benzina” Riccardo Ricciardi
A cura del prof, Raffaele Di Pasquale
