Foto: GBT
La prima donna in Umbria ad accedere al suicidio assistito
Giornalista e attivista, Laura Santi da oltre 25 combatteva contro una forma progressiva di sclerosi multipla, che l’aveva resa tetraplegica, dipendente da supporti vitali e afflitta da dolori cronici. Per tutta la vita aveva scritto, parlato e lottato su temi come disabilità, welfare e diritti civili. Alla fine, ha chiesto e ha lottato per esercitare il suo diritto di scelta, riuscendo a vincere la sua battaglia e restando così padrona della sua dignità.
L’iter e gli ostacoli burocratici
Nel novembre 2024, dopo una valutazione clinica e legale, l’ASL Umbria 1 aveva riconosciuto che Laura possedeva i requisiti stabiliti dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. La stessa che, con il caso DJ Fabo, ha aperto la strada al suicidio medicalmente assistito in Italia. Da quel momento però il suo percorso si è bloccato. Per mesi Laura ha dovuto lottare contro ritardi e silenzi. Determinata a non arrendersi, si è vista costretta ad avviare diverse azioni legali. Solo a fino a giugno 2025, è riuscita ad ottenere l’autorizzazione definitiva dal Comitato Etico. E dalla ASL. Oltre alla fornitura del farmaco letale. Ed alle istruzioni per l’autosomministrazione.
Il fine vita
Il 21 luglio 2025, Laura Santi si è spenta. Nella sua casa a Perugia. Accanto al marito Stefano. Unico testimone del suo ultimo atto di libertà. Con lucidità, determinazione e profondo coraggio, è stata lei stessa a premere il pulsante che ha avviato la somministrazione del farmaco. Ha scelto di morire nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, rivendicando fino all’ultimo secondo il suo diritto di decidere.
Un caso che riapre il dibattito sul fine vita
Laura è stata la prima donna in Umbria – e la nona persona in Italia – ad accedere legalmente al suicidio assistito.
Ma non ha mai voluto che la sua rimanesse solo una vicenda privata. Con la forza della sua voce ha trasformato la sua esperienza in una battaglia di tutti per il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione. La sua vicenda ha riportato al centro dell’attenzione le gravi lacune legislative e organizzative che ancora oggi rendono difficile, se non impossibile, l’accesso a un diritto che la Corte Costituzionale ha già riconosciuto. Nonostante la Procura di Perugia abbia confermato la conformità della procedura, resta evidente una profonda disparità territoriale.
Post mortem
Ciò che in alcune regioni è fattibile, in altre è ancora ostacolato. Quando non completamente ignorato. Dopo la sua morte, l’ASL Umbria 1 ha parlato di “epilogo doloroso di una vicenda umana complessa”, sottolineando di aver agito nel rispetto della normativa vigente. L’Associazione Luca Coscioni, che ha seguito e sostenuto Laura in questo percorso, ha rilanciato l’urgenza di una legge nazionale chiara, equa e applicabile in tutte le regioni italiane. Anche l’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) ha voluto ricordare Laura con affetto. Sottolineando quanto sia importante garantire alle persone disabili servizi di qualità. E scelte consapevoli. Non soluzioni estreme per disperazione.
L’eredità di Laura
La morte di Laura è stata una dichiarazione. Un atto politico. E umano. Una testimonianza che obbliga la società e le istituzioni a guardare il dolore. In faccia il dolore. E a non girarsi dall’altra parte. Ha scelto la libertà. La dignità. E la coerenza con i propri valori. E ha fatto in modo che la sua voce continuasse. Anche dopo le sue ultime parole.
“Vi prego, ricordatemi. Sì, questo ve lo chiedo, ricordatemi. E nel ricordarmi – ha proseguito – non vi stancate mai di combattere. Vi prego, non vi rassegnate mai. Lo so. Lo so che lo fate già. Però non vi rassegnate mai. Non vi stancate mai. Anche quando le battaglie sembrano veramente invincibili. La vita è sacra. Ma la dignità lo è ancora di più. La vita è degna di essere vissuta. Ma dobbiamo essere noi, che viviamo questa sofferenza estrema, a decidere. E nessun altro.
A cura di Eva Pastori
